Una nordica insofferenza di Massimo Nava – Corriere.it

Nella virtuosa Olanda della «tripla A», sale la stella di Roemer, socialista post maoista, che definisce «un’idiozia» il fiscal compact e potrebbe vincere le prossime elezioni cavalcando il malcontento degli olandesi per le misure d’austerità del governo liberale dimissionario. Il caso olandese conferma che il disagio delle opinioni pubbliche nazionali rispetto alle politiche europee e verso le classi dirigenti sia ormai condizione generalizzata, che può dare libero sfogo a movimenti nazionalisti di varia natura, in grado di condizionare e stravolgere anche le linee guida di partiti di tradizione europeista. Se questa è la conseguenza sociale e politica del dogma del rigore, varrebbe la pena di prestare ascolto al disagio, indipendentemente dal megafono che lo amplifica e lo strumentalizza. Magari per valutare se l’eventuale svolta a sinistra dell’Olanda – dopo quella francese e magari in vista di quella tedesca, sia pure con diversi approcci ideologici – possa rendere praticabili ricette alternative per la crisi dell’euro. Come ad esempio in Francia: non indifferenti alle urgenze del bilancio, ma più ridistributive e più attente a chi deve pagare il conto della crisi stessa.

Il disagio coinvolge infatti Paesi virtuosi e Paesi in maggiore difficoltà, il Nord e il Sud del Vecchio Continente, le destre e le sinistre, i partiti e le loro correnti. In Germania, la crisi della moneta unica apre contraddizioni laceranti sia nella Cdu sia nella Spd. Non è difficile immaginare il risultato di un eventuale referendum sugli eurobond, al punto che la Merkel finisce per sembrare almeno oggi una preziosa sponda della Banca centrale e dei Paesi in maggiore difficoltà. Se anche la virtuosissima Finlandia fa apertamente sapere di avere preso in considerazione la rottura dell’euro – sia pure con contorno di smentite e correzioni a disastro mediatico avviato – è evidente la diffusione di altre forme di contagio (politico, sociale, ideale) oltre a quello della speculazione sulla moneta e di campagne di stampa contro l’euro. Intanto, nessuno sembra disposto a dare un’ulteriore boccata d’ossigeno alla Grecia, nonostante che proprio la disperata Grecia abbia voluto rimanere in Europa.

In questo scenario, stanno emergendo con forza devastatrice i tre maggiori deficit della costruzione europea: deficit di governance istituzionale, deficit di coesione fra governi, deficit delle democrazie nazionali rispetto alle problematiche continentali. Un deficit, quest’ultimo, di funzionamento e adeguamento alle nuove sfide, che lascia irrisolti, o piuttosto in ostaggio di spinte centrifughe, le questioni del consenso, della sovranità, dell’interesse (e del bene) comune. Non casualmente viene spesso apprezzato il modello Francia, almeno fino a quando garantisce stabilità e maggioranze a un presidente con pieni poteri, comunque non al riparo da ondate di populismo e sovranismo, in passato costate care proprio alla costruzione europea. Non casualmente, la «grande coalizione» può apparire come una rassicurante scorciatoia per condurre in porto riforme altrimenti improponibili o prigioniere di veti incrociati. Purtroppo per l’Europa, i tempi della politica sono più lenti dei tempi dei mercati, ai quali stiamo cedendo davvero sovranità, autonomia decisionale e coesione sociale che molti ritengono di difendere voltando le spalle all’Europa.

Almeno fino ad oggi si continua, con l’ottimismo della volontà, a discutere sul «come» andare avanti, ma è inutile nascondersi la seduzione del «come tornare indietro».

Massimo Nava Una nordica insofferenza – Corriere.it.