Un business plan per riorganizzare lo Stato e i servizi – Il Sole 24 ORE

di Giovanni Valotti

Forse la cosa che più impressiona del decreto sulla spending review, varato dal Governo e in attesa del voto finale della Camera, è la selva di amministrazioni, enti, agenzie e società che caratterizza il nostro settore pubblico.

Questo è inevitabilmente l’esito di un processo di modernizzazione, durato oltre vent’anni, fondato su principi di efficienza e qualità tanto solidi e condivisibili nelle intenzioni quanto spesso disattesi in fase attuativa.

Due fenomeni hanno caratterizzato l’evoluzione del settore pubblico nel recente passato: il decentramento di funzioni dalla Stato agli enti territoriali e il passaggio a forme di gestione indiretta dei servizi, attraverso la creazione di agenzie e società autonome o l’affidamento degli stessi a privati imprenditori. La conseguenza naturale è stato il moltiplicarsi di soggetti decisori, spesso operanti sugli stessi territori, e, ancora più importante, con gli stessi utenti.

Del resto l’intento delle riforme era proprio legato all’idea da un lato di avvicinare i soggetti responsabili delle politiche ai bisogni e dall’altro di attivare forme snelle e più flessibili di erogazione dei servizi per assicurare sia una riduzione nei costi di produzione che il miglioramento degli standard qualitativi degli stessi.

L’effetto non previsto, o meglio non governato, dei disegni riformatori è stato, tuttavia, il proliferare di soggetti, a volte sovrapposti nelle competenze e, soprattutto, non sempre in grado di produrre un reale valore aggiunto per il cittadino, anche a prescindere dalle degenerazioni collegate alla creazione di enti inutili, piuttosto che di semplici poltrone aggiuntive da distribuire.

Da questo punto di vista, l’intervento del Governo appare coraggioso e segna, in modo difficilmente reversibile, un’importante direzione di marcia. Pur tra mille difficoltà e alcuni compromessi, facilmente rintracciabili per differenza tra il testo originario del decreto e quello al voto della Camera, la messa in liquidazione di enti e società, la riduzione del numero delle province, la creazione delle aree metropolitane, la razionalizzazione degli uffici dello Stato sul territorio, l’esercizio in forma associata delle funzioni per i piccoli comuni e i contributi straordinari a sostegno delle fusioni tra gli stessi, provano a mettere un po’ di ordine rispetto a un assetto che si era andato stratificando nel tempo per decisioni successive e facenti capo a diversi soggetti.

Tutto questo ci può avvicinare alle migliori esperienze internazionali. In fondo anche in Francia esistono più di 35.000 comuni, ma le aree metropolitane sono operative dagli anni sessanta, così come le forme di partenariato tra piccoli enti.

A condizione, tuttavia, che si mantenga la barra dritta sugli obiettivi di riforma e non si cada, come in passato, nella trappola delle difficoltà o della scarsa capacità attuativa.

Un modo per farlo, forse, è guardare per una volta questi complessi meccanismi di riordino istituzionale con gli occhi del cittadino.

In fondo, che cosa importa all’italiano medio? Avere migliori servizi pubblici, più accessibili e di qualità, e che gli stessi costino meno, il che significa, alla fine, meno imposte da pagare.

Ecco allora che le numerose operazioni di soppressione, aggregazione, accorpamento di enti e funzioni dovrebbero tutte essere sempre valutate, sia ex ante che ex post, sulla base di due semplici ma fondamentali criteri: è migliorato il livello di servizio finale all’utente? Sono ridotti i costi di produzione?

Il Portogallo, per non citare sempre i soliti noti, ci porta un bellissimo esempio di riordino istituzionale al servizio del cittadino

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