di Adriana Cerretelli
Tanto tuonò che non piovve. Forse pioverà in settembre ma bisognerà vedere quanto e come. A che condizioni.
Aveva suscitato grandi aspettative una settimana fa Mario Draghi quando da Londra aveva detto che l’integrità dell’euro andava difesa a tutti i costi, ottenendo subito dopo la benedizione politica di Angela Merkel e François Hollande che in un comunicato congiunto ricalcavano il concetto quasi con le stesse parole.
La sortita del presidente della Bce prima, il lasciapassare franco-tedesco poi sembravano il preludio alla svolta del 2 agosto. All’annuncio almeno di qualche azione concreta e immediata volta a calmierare spread e mercati. A dar fiato all’economia europea in catalessi, a rischio deflazione. A depotenziare le tempeste d’agosto che minacciano Spagna e Italia.
Invece no. Le attese sono state tradite. Niente ritocco dei tassi di interesse, nessun annuncio di prossimi interventi sui mercati. La delusione è stata cocente, la sorpresa talmente imprevista che ieri la conferenza stampa di Draghi è iniziata con l’euro in rialzo e lo spread in discesa ma si è chiusa con la repentina inversione di tendenza per entrambi. E le Borse europee a picco.
Formalmente il presidente della Bce è rimasto fedele al suo credo nell’irreversibilità dell’euro e nella sua difesa ad ogni costo che, ha affermato ieri, raccoglie l’unanimità dei consensi in seno al Consiglio direttivo. Ha affermato anche che l’attuale livello degli spread italiani e spagnoli è «inaccettabile».
Nella sostanza però si è ritirato nel limbo dell’inazione aspettando settembre, cioè la sentenza della Corte di Karlsruhe sulla compatibilità o meno con la Costituzione tedesca di fiscal compact e Esm, il fondo salva-Stati permanente. Per giustificare il rinvio della decisione sulla ripresa degli acquisti (interrotti da febbraio) di titoli di Stato dei Paesi in difficoltà ha parlato della «nota riserva della Bundesbank Jens Weidmann». In realtà, l’unica emersa ieri in Consiglio ma più che sufficiente: evidentemente anche a Francoforte i voti non si contano ma si pesano.
Intendiamoci, con la crisi dell’euro la Bce ha avuto una vita sempre più difficile, stretta tra l’incudine della sua indipendenza statutaria e il martello delle crescenti e per di più contraddittorie pressioni politiche dei Governi. Tra dogmi inossidabili e problemi reali, non tutti risolvibili però a colpi di editti. Anche perché figli di divergenze culturali e profonde divaricazioni socio-economiche tra Stati membri che non si sanano dall’oggi al domani.
Con l’attenzione del mondo intero alle calcagna e l’America di Barack Obama che scarica sull’Europa le frustrazioni di un’ingrata situazione interna, dover anche fare i conti a Francoforte con un azionista di maggioranza sempre più ingombrante non è impresa da poco.
Resta che da ieri, nella difesa della sua indipendenza, Draghi dà l’impressione di parlare un po’ troppo tedesco. Lingua che certo non gli è nuova da quando siede alla Bce. Né potrebbe essere altrimenti. Però quando ieri, pur definendoli inaccettabili, ha sottolineato che per far sparire gli attuali spread «è cruciale mantenere gli sforzi di consolidamento dei bilanci e sono essenziali le riforme».
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