Perché solo una donna su due lascia il compagno violento – Repubblica.it

I misteri dell’amore malato: abusi in crescita, ma troppe temono la separazione

Le paure più ricorrenti: il futuro dei figli e la mancanza di un lavoro. Un’indagine rivela che con l’età aumenta il tempo necessario a mollare il partner

di MARIA NOVELLA DE LUCA

 

ROMA – Le donne ne parlano poco, a fatica, e di solito dopo molto tempo. Ammettere che per anni si è pianto ma sopportato, sofferto ma non denunciato, spesso davanti ai figli, senza aver la forza di rompere le catene, è qualcosa che fa male, troppo male. Eppure è così. La maggior parte delle donne vittime di violenza tra le mura domestiche resta con il proprio partner. Per sempre, per un periodo lungo, per alcuni anni: comunque la rottura non è immediata e molto dipende dall’età delle donne, dalla presenza dei figli, dalla regione in cui si vive.

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Fuggire da mariti, fidanzati, padri aguzzini sarebbe la cosa più ovvia, più giusta, mettersi in salvo, proteggere i figli. E invece si resta: per paura, per povertà, per dipendenza. O altro. Quasi fosse una specie d’amore malato. “Mi picchiava per gelosia, così credevo…”. Sono questi i risultati, sorprendenti e amari, di una ricerca dell’università di Bologna e della Fondazione Icsa, presieduta da Marco Minniti, dal titolo “Strategie di risposta alla violenza: chi resta e chi va”. Quanto conta l’età, l’avere figli, vivere al Sud o al Nord…

Così, ad esempio, si legge nello studio curato da Federica Santangelo con la supervisione di Asher Colombo, docente di Sociologia all’università

di Bologna, fra le donne nate negli anni Sessanta e Settanta “il 50 per cento abbandona il partner entro otto anni dall’inizio della relazione violenta”. Un tempo che si dimezza, scendendo a quattro anni e mezzo per le donne del decennio successivo (1971-1980), contro i dodici mesi delle più giovani, nate dopo gli anni Ottanta. Mentre invece per le donne anziane, o comunque vissute tra gli anni 40 e 50, la statistica è quasi inesistente, perché era davvero raro che si fuggisse da un marito persecutore, in assenza, anche, della legge sul divorzio, arrivata in Italia soltanto nel 1970.

Numeri che raccontano abusi ripetuti, case che diventano prigioni e abissi di dolore, con bambini spaventati costretti ad essere testimoni di violenze, che li cambieranno per sempre. Un dato interessante della ricerca dimostra infatti che l’aver assistito da piccoli ad abusi familiari, rende poi le donne più vulnerabili alla violenza di coppia, mentre i maschi tenderanno a ripetere da adulti ciò che hanno visto fare al padre. Un’eredità familiare malata dunque. “I figli apprendono l’uso della violenza, e interiorizzano norme che giustificano ruoli di genere, nei quali la donna sia vittima, e all’uomo sia consentito adottare forme di coercizione fisica e sessuale”.

E i dati in generale sulla violenza sessuale, dentro e fuori le mura domestiche, il 7,8 per cento di tutti i reati denunciati e gli unici in ascesa invece che in calo, dicono che non c’è differenza tra Nord e Sud. Anzi è tra le regioni del Centro Nord che si registrano (dati Istat) il maggior numero di aggressioni contro le donne, in Lombardia, Toscana, Emilia Romagna.

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