Anche in Italia è boom
dello “street food” «Così
si mischiano socialità ed eccellenza gastronomica»
FRANCESCO RIGATELLI
MILANO
C’ è chi mangia con gli altri per risparmiare tempo. Per unire l’utile al dilettevole. In fondo c’è stato insegnato dai film americani.
Il manager che invita il sottoposto allo sgabello del fastfood oppure gli offre un hot dog per strada. Che il pranzo di lavoro, al confronto, sembra una vecchia maniera. Eppure queste nuove abitudini presentano dei tranelli nella corsa all’individualismo. O delle ancore di salvezza! Infatti tanto più il pranzo è veloce e clandestino, quanto maggiore è lo stringersi della confidenza.
La cucina di strada, apparentemente il peggio del rispetto e del gusto, diventa dunque nuova occasione di socialità ed eccellenza. E i cuochi ci puntano. Come il grande Mauro Uliassi di Senigallia: «Lo street food – spiega – viola apertamente molte delle regole di casa. Il consumo è, al tempo stesso, un fatto privato e un evento pubblico, perché avviene per strada oppure in locali aperti agli sguardi di tutti. Si è da soli e insieme ad altri nello stesso tempo e tutto ciò crea un’atmosfera di complicità tra avventori, per cui sovente si scambiano due parole, una battuta, perché – conclude – la situazione induce ad un senso di confidenza non comune».
Di questa sensazione Uliassi ne ha fatto un’esperienza itinerante a bordo di un camioncino che sforna trapizzini, metà tramezzini e metà pizze. Per lui «i ragazzi non hanno nel loro immaginario il ristorante stellato, né tantomeno le risorse economiche per accedervi. Così sono spesso catturati da pubblicità accattivanti, talvolta anche ingannevoli. Allora il ristorante deve tornare per strada, grazie a professionisti giovani e pronti a comunicare prima di tutto con i giovani».
Anche Davide Scabin del Combal.Zero di Torino parla da tempo di «possibile eccellenza del chiosco contro l’invasione del fastfood». E Cesare Battisti del Ratanà di Milano si cimenta nei «rubitt», le robette, con lo slogan «grande cucina, piccoli piatti» sulla scia, del resto, di Davide Oldani.
E pure alla grandefriggitoria di Eataly Roma, affidata a Pasquale Torrente, il numero uno delle alici fritte della Costiera amalfitana, si può scegliere se prendere il fritto al piatto oppure in «cuoppo», ovvero nel cartoccino: un inedito per Eataly, favorito anche dalla vicinanza della stazione Ostiense.
A certificare la nuova tendenza arriva poi a Milano, mercoledì e giovedì sera, la manifestazione «Le fooding», che, secondo il suo guru francese Alexandre Cammas, è sia cibo sia sentimento, vale a dire «food» più «feeling». Secondo lui, «sta soffiando un vento nuovo nelle cucine dei ristoranti. Un gruppo di ragazzi à la page e di uomini arrabbiati, cresciuti tra fastfood e dandismo rock, decide di mescolare cibi e stile: provocatori sì, ma soprattutto militanti».
Continua a leggere Pranzo in strada dallo chef fantasioso- LASTAMPA.it.






