Rassegnazione - la rassegna stampa del giorno
0

Pussy Riot. A Punk Prayer

0

SOTTO LA PANCIA LA BALLA CAMPA (M.Travaglio) – Il Fatto Quotidiano


14Jun20130312527b37f7cc85d02340bac797b5fa copia 2

Grazie zeroviolenzadonne.it

0

5 astuzie per aggirare brillantemente la prova costume di Serena Cappelli | Non aprite quelle porte

di Serena Cappelli

Metà maggio, tempo di papaveri e di lotta agli inestetismi, per affrontare quella che viene comunemente chiamata – musica da film di Hitchcock in sottofondo – la prova costume.

Ma dato che il cinghiale con la polenta ormai lo abbiamo mangiato e che per tutto l’inverno siamo stati una cosa sola con divano, è inutile ingurgitare tristi barrette e spalmare qua e là fanghi di dubbia provenienza sperando nel miracolo, l’unica soluzione è giocare d’astuzia.

Ecco allora qualche trucco per non sentirsi mai a disagio in spiaggia, nemmeno durante il gioco-aperitivo in compagnia di Gisele Bündchen e dei modelli di Dolce e Gabbana:

1. La mise. Non sottovalutare mai il costume da bagno anni 20. Il sobrio capino coprirà tutte le vergogne e noi, complice l’uscita de Il grande Gatsby, saremo tremendamente sul pezzo. Ulteriore vantaggio, se siamo donne potremo tranquillamente sorvolare sulla depilazione della zona bikini (vedere anche punti 4 e 5).

2. La cellulite. In realtà è un falso problema, perché in spiaggia le nostre rotondità ballonzolanti si mimetizzano perfettamente con l’ambiente circostante: siamo un’arancia in mezzo a tante altre arance. Però, come sempre succede, prima o poi arriverà una mela – una soda, croccante, perfetta, liscissima mela – che, fingendo solidarietà, si lamenterà con noi di quel microgrammo di cellulite invisibile che a quanto pare le rovina l’esistenza e si metterà a fare odiosi confronti tra il nostro popò e il suo. Niente paura, basterà risponderle così: «Cellulite? Ti confondi. Quella che vedi sul mio sedere è una pista per le biglie. Vuoi mettere la comodità di portarsela addosso invece di mettersi lì ogni volta con paletta e rastrello?».

3. La pancetta. Troppo tardi per le diete, troppo tardi per ammazzarsi di addominali, troppo tardi per emulare Giorgio Rocca che si spalma quintalate di crema per non appesantirsi dopo aver appeso gli sci al chiodo? La soluzione è una sola: il body-painting. Un paio di pennellate et voilà, i nostri rotolini di grasso si trasformeranno in una coloratissima ciambella salvagente, magari animalier, che quest’anno è di tendenza. Altro che Baywatch!

4. La depilazione – lei. Abbiamo dimenticato l’appuntamento dall’estetista? Niente paura. Se proprio non abbiamo il costume anni 20 del punto 1, basta andare in spiaggia accompagnate dal cartonato di Marina Ripa di Meana con l’unica pelliccia che non si vergogna di indossare. La nostra, in confronto, sembrerà fresca di Brazilian wax.

5. La depilazione – lui. Adesso che anche gli uomini si depilano con cura maniacale, i coraggiosi che ancora si mostrano nature sono sempre meno. Ecco, non mollate. Resistete. Le donne non si sentiranno in competizione con voi e vi ringrazieranno. Ma se proprio il vostro maglioncino naturale vi fa sentire a disagio, fate così: rimodellate il pelo in forma di dreadlocks e arrivate in spiaggia al volante di un Doblò, cantando a squarciagola Stop your messing around, better think of your future. Tutti vi prenderanno per un atleta della squadra giamaicana di bob e sarete idolatrati dalla folla. Oh, yesss!

 

via 5 astuzie per aggirare brillantemente la prova costume | Non aprite quelle porte.

0

Hacer política | Opinión | EL PAÍS

En los dos años transcurridos desde que surgió el movimiento 15-M, gran parte del malestar social se ha expresado en marchas y concentraciones en las que se han mezclado reivindicaciones a favor del Estado de bienestar con llamamientos a “la rebelión” contra el sistema político, de momento concretados en escraches, encierros o actos ante la sede del Congreso. El movimiento presenta ahora aspectos menos apolíticos y algunas de sus voces piden una democracia en la que se tenga más en cuenta a los ciudadanos y sea posible reformar la Constitución. Todo eso implica una evolución contraria a los antisistema: como se observó el 25 de abril en la convocatoria a asediar la sede del Congreso, la gran mayoría de los que protestan pacíficamente en las calles no están dispuestos a traspasar la barrera de la violencia.Hay una crítica en parte justa a un sistema de partidos con perfiles oligárquicos, y a las barreras legales construidas para dificultar la emergencia de otros partidos o llevar las iniciativas legislativas populares hacia la inoperancia. El problema es que ese sistema, que antes canalizaba aceptablemente bien las tensiones económicas y sociales, ahora se muestra impotente frente a la destrucción de empleo, la contracción de los servicios públicos y la falta de perspectivas para los jóvenes, que nutren las filas de la protesta callejera. Además, están llegando a su vencimiento judicial muchas de las facturas contraídas tiempo atrás, en nombre de la corrupción.Editoriales anterioresEl desafío del 15-M 14/05/2012Cerco violento 16/06/2012La situación comienza a estar madura para que surjan nuevos actores políticos. Lo peligroso de estas circunstancias son los oportunismos, tanto los de corte populista como los radicalizados, pero no por eso hay que fosilizar el bipartidismo. Agotados los socialistas por la gestión desarrollada durante los primeros años de la crisis económica y financiera, el Partido Popular tomó el testigo de un enderezamiento económico que no se ha producido, con la consiguiente decepción de las clases medias y urbanas a las que atrajo en las elecciones de 2011. Al desconcierto de los que creyeron en el PP debería seguirle la expectativa del PSOE como instrumento natural del voto contra el poder, en una perspectiva bipartidista; pero las encuestas muestran que eso es difícil, por arrastrar el estigma de la legislatura precedente y lo indefinido de sus propias propuestas.Por eso ganan fuerza los partidos medianos IU, UPyD, algunos nacionalistas ERC, la corriente favorable al voto en blanco y, sobre todo, la abstención. Las corrientes centrales de la política española deberían abordar reformas profundas, pero, tanto si lo hacen como si no, hay que prepararse para un sistema político posiblemente más atomizado. Y en ese escenario, las reivindicaciones del 15-M, incluidas la reforma de la ley electoral o la exigencia de más espacio para formas abiertas de participación, permanecen al fondo de cualquier proyecto de transformación, por lo menos de la izquierda.

via Hacer política | Opinión | EL PAÍS.

0

Dolci prodotti nelle case di pena – Bandabiscotti » L’Idea

Banda Biscotti trae le proprie origini dall’esperienza di lavoro nel contesto penale maturata

in più di trentacinque anni dalla Fondazione Casa di Carità Arti e Mestieri Onlus.

Il progetto deriva in modo diretto dalle attività di formazione professionale promosse

all’interno del carcere di Verbania e di Saluzzo rappresentando un finalizzazione dei percorsi

rivolti a persone con problemi di Giustizia.

Crediamo nel fatto che la formazione possa giocare un ruolo di primo piano rispetto allo sviluppo

di politiche votate all’inclusione sociale delle persone più fragili presenti all’interno dei nostri

circuiti di pena.

 

Oltre a tutto il bagaglio tecnico professionale necessario, BB si alimenta di tanto entusiasmo,

passione e partecipazione.

Questo progetto appartiene a chi sa coglierne il senso appieno, sia esso un fruitore diretto,

un volontario, un rappresentante delle istituzioni, oppure semplicemente un cliente …

 

Produciamo biscotti giorno per giorno diffondendo semi di speranza …

in una Giustizia più giusta …

in una comunità più accogliente …

in persone meno isolate e arrabbiate

Leggi altro su Bandabiscotti » L’Idea.

Grazie Paola Cortese

0

Gennaro Rino Bonifacio: “Rifornivo di cocaina l’Italia Saviano non sa di che parla” – IlGiornale.it.

393049_126162864212038_1572042859_nÈ stato il più grosso narcotrafficante: 4,7 tonnellate importate dalla Colombia. “Il 60 per cento dei professionisti milanesi sniffa. Ma la vera droga è il denaro”

Della bella vita gli resta al polso solo un Rolex Daytona acciaio-oro, «Zenith el Primero, oggi varrà sui 18.000 euro», in sostituzione del Rolex Submariner regalato una sera del 1988, in un impeto di generosità e smargiasseria, al posteggiatore della discoteca Peter Pan di Riccione che gli aveva parcheggiato la fuoriserie. Anche una cintura di Louis Vuitton con monogramma LV alto 4 centimetri, prezzo al pubblico 330 euro. Della malavita gli rimane appiccicata addosso una fedina penale sovrabbondante: tre arresti (1986, 1991, 1999); tre processi, tutti con sentenze di condanna passate in giudicato; 18 dei suoi 45 anni di vita passati in 11 carceri (San Vittore, Opera, Padova, Verona, San Gimignano, Spoleto, Parma, Piacenza, Pavia, Mantova, Voghera), spesso in regime di massima sicurezza.

Malabellavita – come da titolo del suo libro di memorie, fresco di ristampa, scritto con l’aiuto di Riccardo Colao ed Emanuela Baldo – quella condotta sin qui da Gennaro Bonifacio, detto Rino, anzi Rino l’Élite, nato a Gragnano (Napoli), dov’è ancora conosciuto come ‘O Re, oppure ‘O Milanese, essendo cresciuto dall’età di 18 mesi a Rozzano. Accusato per due volte di associazione di stampo mafioso e per due volte assolto, perché nel suo delirio di onnipotenza era arrivato a rifiutare l’affiliazione offertagli sia dalla camorra e sia dalla mafia, fino a diventare il capo incontrastato del clan Bonifacio. Cioè il boss di sé medesimo. Un caso da manuale di criminologia.

Bonifacio fu il primo a importare in Italia l’ecstasy nel 1988: «Allora la Mdma non era illegale, il testo unico sugli stupefacenti neppure la menzionava». Ma il suo nome resterà iscritto per sempre nel libro nero del narcotraffico internazionale per essersi fatto sequestrare in un solo colpo, nel 2001, il più grande quantitativo di stupefacenti mai scoperto fino ad allora in Italia, una tonnellata di cocaina, arrivata dalla Colombia nel porto di Livorno occultata dentro blocchi di marmo sottoposti a sapiente carotaggio: «Lo stesso marmo con cui era stato rivestito il tribunale di Bogotá. Il governo non pagava il conto. Fu facile convincere il produttore». Altri 250 chili li bloccò la Guardia di finanza al casello di Binasco, altri 150 era già riuscito a piazzarli. La Direzione distrettuale antimafia di Milano documentò un traffico complessivo di 4,7 tonnellate, sufficienti a confezionare 14 miliardi di dosi, roba da mandare in bambola per almeno un paio di giorni l’intero pianeta.

‘O Re, dongiovanni dal fisico palestrato, s’era scelto un braccio destro all’altezza: l’attore Danilo Mezzetti, in arte Danilo Mattei, protagonista, guarda caso, del film In nome del Papa Re, nel quale interpretava il ruolo del giovane rivoluzionario Cesare Costa, figlio naturale di monsignor Colombo da Priverno (Nino Manfredi). «Lo conobbi a Ibiza. Doveva coprirmi la piazza di Roma, il jet set, le star dello spettacolo. Era il mio uomo di fiducia. È diventato il mio Giuda. Mi ha venduto ai magistrati, ha dichiarato ai Pm quello che volevano sentirsi raccontare. E pensare che fui io, con Renato Zero, a portarlo nella comunità Exodus di Cassino perché si disintossicasse».

Era il 1987 quando Bonifacio arrivò nell’isola delle Baleari. Subito divenne il numero uno. Alle sue feste ostriche-caviale-champagne non mancava nessuno: «Le modelle Elle Macpherson, Linda Evangelista, Marpessa, Christy Turlington; la cantante Patty Kensit; gli stilisti Jean-Paul Gaultier e Rocco Barocco; la figlia di Mick Jagger, Jade». Fondò un’agenzia di bodyguard che offriva protezione, anche armata, ai Vip: «Parliamo di Robert De Niro, Roman Polanski, Diego Armando Maradona, Harvey Keitel, Renato Zero, Claudia Schiffer, Renée Simonsen, Biagio Antonacci, Teo Teocoli. Anche di Eros Ramazzotti, che è cresciuto insieme a me a Rozzano, e del magnate arabo Adnan Khashoggi, che attraccava col Nabila, il panfilo dai rubinetti d’oro. È durata fino al 1999».

Ma Ibiza da sola non poteva bastargli. Ecco allora aggiungersi le ville a Miami e a Cartagena, in Colombia, dove risulta, dalle intercettazioni della Dia, che possedesse un jet privato. Ecco l’elicottero a Barcellona e il motoscafo a Portofino. Ecco lo yacht di 22 metri ormeggiato sull’Isla Margarita in Venezuela. Ecco le trattative per acquistare l’intera Isla del Coco, al largo del Costarica, e uno dei 300 isolotti dell’arcipelago di San Blas a Panamá. Ecco i legami sempre più stretti con i cartelli di Cali e Medellín, dei quali diventò il plenipotenziario per l’Europa. Ecco addirittura la love story con una nipote del narcotrafficante Pablo Escobar.

Una malabellavita durata dai 14 anni fino al 2000. E oggi? «Tutto finito. Mi hanno sequestrato la Ferrari F355, la Porsche 993 cabrio, la Mercedes ML 5000, le due Harley-Davidson. Mi resta solo una Mercedes Classe A. Sono uscito di galera in libertà vigilata nel 2010. Obbligo di firma due volte a settimana dai carabinieri. Divieto di lasciare la provincia di Milano e di frequentare pregiudicati. Me ne guardo bene. Qualsiasi cosa, pur di chiudere il conto con la giustizia».

Di che vive?

«Commercio le vetture dismesse dopo due-tre anni dalle società di autonoleggio. Ci faccio dai 10.000 ai 15.000 euro al mese. Mi accontento di poco».

Chiamalo poco.

«Un’auto usata, acquistata all’asta, frutta in media sui 3.000 euro».

Com’è diventato un criminale?

«Un episodio ha segnato la mia infanzia. Quartiere Marianella di Napoli. Ero in vacanza, tornavo dalla spiaggia. Rinomata pasticceria, dove mia zia comprava i babà. Proprietario alto e grosso. Folla vociante. Accorro e vedo questo armadio d’uomo che preme con forza il piede sulla testa di un bambino steso per terra. Aveva beccato il ladruncolo mentre fuggiva e i dolci rubati erano finiti sul marciapiede. “Ora mangiali! Come fanno i cani!”, urlava l’energumeno. Il ragazzino cercava di afferrare un pasticcino con la bocca, ma non riusciva a trattenerlo. La gente rideva. Mi feci avanti e lanciai contro il pasticciere una manciata di monete, gridandogli: te li pago io i tuoi fottutissimi dolci, stronzo. E trascinai via il bambino. Da quel momento decisi che non sarebbe stata la vita a plasmare me, ma io a plasmare lei. E che nessuno, mai, mi avrebbe fatto nulla di simile».

La butta in psicoanalisi?

«Sono sempre stato egocentrico, irrequieto. Compivo imprese folli per attirare l’attenzione dei coetanei. A 13 anni rubai la prima auto, una Fiat 126. A 14 fregai la Talbot a mio padre. Non arrivavo manco al volante. Durante l’inseguimento, i carabinieri di Rozzano credevano che fosse guidata da un fantasma. Andavo a prelevare i prepotenti a casa e li picchiavo in presenza dei miei amici che avevano subìto qualche sgarbo. In prima media minacciai il professore di fisica davanti a tutta la classe. In terza abbandonai gli studi: ero troppo impegnato a trombare e a fare soldi. Però nel 2004 mi diplomai in ragioneria nel penitenziario di Pavia. E mentre ero recluso nel carcere speciale di San Gimignano m’iscrissi pure all’Università di Siena, facoltà di giurisprudenza».

Chi la arruolò nella delinquenza?

«A Rozzano vivevo in un condominione di via Europa, interamente abitato da meridionali e bazzicato da malavitosi napoletani e catanesi, che ci parcheggiavano i veicoli rubati. Oggi sono tutti ergastolani. Divenni la loro mascotte. Mi riempivano di regali in cambio del mio silenzio. Già allora adoravo il lusso: orologi, auto, abbigliamento griffato. Il primo arresto a un posto di blocco: io e un mio amico stavamo portando al sicuro una Jaguar e una Mercedes».

Continua a leggere Gennaro Rino Bonifacio: “Rifornivo di cocaina l’Italia Saviano non sa di che parla” – IlGiornale.it.

0

Internazionale » Opinioni » Un posto guadagnato di Claudio Rossi Marcelli

 

Claudio Rossi Marcelli

Cosa rispondere a mia figlia di quattro anni quando chiede perché io dormo insieme al papà mentre lei deve dormire da sola? –Barbara

È semplice: le spieghi che tu te lo sei guadagnato. Che gli uomini non crescono mica sugli alberi, e hai dovuto cercare, scegliere, aspettare quello giusto. E poi vestirti elegante per il vostro primo appuntamento, avere l’ansia che non ti saresti divertita e tornare a casa con l’ansia perché non ti aveva baciata. E poi stare accanto al telefono a decidere se chiamare tu o aspettare lui. E avere le farfalle allo stomaco la sera che avreste fatto sesso.

E svegliarti di notte con il dubbio che sì, volevi andare a vivere con lui, ma se poi non era quello giusto? E fare viaggi, risate, cene ma anche litigate enormi, passare momenti in cui, anche se eravate in due, tu ti sentivi sola come non mai. E poi il continuo sforzo di non annegare nella fatica, nella noia, nella routine, inventarsi modi sempre nuovi di averlo vicino, confidargli i tuoi problemi al lavoro e preoccuparti per lui quando doveva ritirare le analisi, che poi per fortuna sono andate bene.

E sopportare sua madre, e riempirlo di baci e pensare che, nonostante quei rutti insopportabili, sotto sotto è sempre quel ragazzo di cui ti sei perdutamente innamorata la prima sera. Tua figlia ha già quattro anni: anche se tralasci il dettaglio sul sesso, non avrà difficoltà a capire che quel posto nel lettone spetta a te.

Internazionale, numero 999, 10 maggio 2013

via Internazionale » Opinioni » Un posto guadagnato.

0

Oxford English Dictionary asks public to help track down mystery book | Books | guardian.co.uk

The Oxford English Dictionary is appealing to the public for help after being unable to trace a mysterious, possibly pornographic, 19th-century book from which a number of its quotations are derived.Meanderings of Memory, by one “Nightlark”, is dated to 1852 by the OED, and appears in 51 entries for the dictionary, including “couchward”, “extemporize” and “fringy”. Veronica Hurst, the OEDs principal bibliographer, said its shadowy existence was discovered when a member of staff was working on the entry for “revirginize”, for which Meanderings of Memory is the earliest citation. The quotation taken from the book for the OED is: “Where that cosmetic … Shall eer revirginize that brows abuse.” But Meanderings of Memory could not be traced in any library catalogue or database, so Hurst was contacted; she expected to track the book down within 10 minutes.”That turned into half an hour, and I was no further along the line to solving it – I looked on Google Books, in the Oxford Dictionary of National Biography, in short I looked everywhere I could think of and couldnt come up with anything,” said Hurst. “Were not usually completely floored, but this time were stumped.”The only evidence for the books existence the OED could find was an entry in a booksellers catalogue, which includes the description: “Written and published by a well-known connoisseur with the epigraph Cur potius lacrimae tibi mi Philomela placebant?”"We naturally thought the Latin quotation would be a huge clue [but] its not a quote from anything,” said Hurst. “It means, roughly, why did my tears please you more, my Philomel?, and Philomela is another name for a nightingale.” The books author, meanwhile, is “Nightlark”, she pointed out.So staff decided to ask the public for help. “It really has captured peoples imaginations,” said Hurst. “One theory is that it could be pornographic, or in some ways a clandestine publication that didnt get recorded in the normal way … I certainly did incline to the hoax theory – people have made quite a lot of effort from time to time to get into the OED, so maybe a 19th-century Oxford man thought he could fool us.”But a member of the public has since found another mention of Meanderings of Memory, in a Sothebys catalogue from 1854, and Hurst is now leaning towards the hypothesis that the book could actually be a very small piece of work, possibly poetry, running to just five to 10 pages. “It reads like poetry, its very flowery,” she said, pointing to the citation from Meanderings of Memory for the prefix “re”: “O too rebrutalized! oh too bereaved!”.”Some of it sounds ethereal and scholarly poetic, and then suddenly youre down to the ground with an entry like lump – I the mattress spread, And equal lay whatever lumps the bed. Some of them are just a bit funny,” she said.The appeal was opened to the public a week ago, and Hurst is delighted at the interest it has generated – despite the fact that no one has yet tracked down the book. “It shows we were justified in giving up here for a bit, and asking the world for help,” she said.

via Oxford English Dictionary asks public to help track down mystery book | Books | guardian.co.uk.

0

“Mater Ecclesiae”, cuore della preghiera affidato alle religiose contemplative  | Chiesa | www.avvenire.it

Le ultime ad entrare nel monastero di clausura sul Colle Vaticano sono state le Visitandine, nel 2009. Si trattava di otto contemplative (sette spagnole e un’italiana) dell’Ordine della Visitazione  di Santa Maria, comunemente note come «Visitandine», fondate da san Francesco  di Sales (1567-1622) e da santa Jeanne-Françoise Fremyot de Chantal (1572-1641) ad Annecy (Savoia) il 6 giugno 1610. Le Visitandine sono circa 2.200, tra  monache e novizie, in oltre 140 case in tutto il mondo. «La vostra preghiera,  care sorelle, è molto preziosa per il mio ministero», aveva detto il Papa  riferendosi alle religiose. Questa comunità ha sostituito le sette religiose  benedettine che hanno vissuto nel monastero di clausura «Mater Ecclesiae» che, oltre a pregare per il Papa, gli hanno offerto gli ortaggi del loro piccolo giardino o hanno tessuto alcuni dei suoi paramenti sacri.

Parlando  con L’Osservatore Romano prima di lasciare il monastero, la badessa, suor  Maria Cichetti, notava che «l’esperienza della cura dell’orto ci mette in contatto con la natura e con l’autore della natura, che è Dio. Coltivare  è una preghiera fatta con le mani, è anche un lodare la bellezza della natura e del Creatore. Vedere i semi che crescono a poco a poco, osservare le pianticelle che diventano grandi, scorgere prima i fiori e poi i frutti, seguire nelle sue varie fasi lo sviluppo della vita vegetale: tutto ciò  ci aiuta anche nella preghiera e nella contemplazione. Zappare, vangare, innaffiare è senza dubbio faticoso, ma è un sacrificio che viene ripagato».

Il monastero «Mater Ecclesiae» in Vaticano è nato il 13 maggio 1994 dall’idea  di Giovanni Paolo II di creare una comunità monastica di religiose contemplative all’interno delle mura vaticane, in grado di accompagnare con le loro preghiere le attività del Romano Pontefice così come della Curia Romana. Il convento viene occupato a rotazione ogni cinque anni da una diversa comunità religiosa. Prima delle Benedettine c’erano state le Carmelitane, e prima ancora le Clarisse. Dopo l’elezione del suo successore vi andrà a risiedere Ratzinger.

Fabrizio Mastrofini

via “Mater Ecclesiae”, cuore della preghiera affidato alle religiose contemplative  | Chiesa | www.avvenire.it.

0

Bloc Party – “Truth” – (Dir: Clemens Habicht)

BLOC-PARTY-TRUTH

Bloc Party – “Truth” from Nexus on Vimeo.

0

Rimorchiare in aereo non è mai stato così facile di Serena Cappelli | Non aprite quelle porte

Suvvia, ammettiamolo, l’aereo ha da sempre quel fascino un po malsano che spinge uomini e donne normalmente sani di mente a incunearsi nei minuscoli bagni modello Ragazzo di campagna per consumare velocemente ciò che potrebbe essere consumato in condizioni più favorevoli di lì a qualche ora.Ma daltra parte il Tetris non avrebbe avuto tutto quel successo se non ci piacessero i giochi ad incastro e le sfide apparentemente impossibili e, di conseguenza, laereo resta il re incontrastato delle fantasie di molti di noi. E poi, onestamente, anche la noia di quei viaggi di otto o nove ore ci mette del suo. Ci si guarda in giro, si punta alla bella donna o all’uomo affascinante seduto tre file più in là e si fantastica. Già, si fantastica, perché non è così facile flirtare a distanza e, dato che di secondo nome facciamo Paolino Paperino e non Gastone Paperone, accanto a noi c’ è di norma seduto qualcuno di poco appetibile. Certo, è vero che chi si accontenta gode, ma accontentarsi è una parola non rientra nel vocabolario di Richard Branson. E se hai una compagnia aerea, uno dei tuoi obiettivi è quello di rendere più piacevole il viaggio dei tuoi clienti. Così il miliardario inglese ha deciso di modernizzare una tecnica vecchia come il cucco e mai parola fu più azzeccata: offrire da bere alla splendida donna sola seduta al bancone del bar. Ma mentre la manovra a terra è facile come bere il bicchiere di champagne che stiamo offrendo e l’unico rischio è quello del due di picche, in volo le cose si fanno più complicate: corridoi intasati, hostess col loro dannato carrello, gente che apre e chiude le cappelliere come se ne andasse della loro vita, energumeni che ostacolano la via, prede di solito sedute lato finestrino, mancanza di privacy. Insomma, un vero casino. Per questo Branson ha pensato bene di rendere possibile il tutto attraverso lo schermo posizionato sullo schienale del sedile davanti, quello, per intenderci, che di solito trasmette la centoventiseiesima replica di Io & Marley: due cliccatine sul moderno touch-screen e la bevanda prescelta verrà recapitata alla persona con cui vogliamo flirtare, con tanto di messaggio “Un bicchiere da parte del sedile 28E”. E se la persona in questione gradisce, può abbandonare la visione di E alla fine arriva Polly e cominciare a chattare discretamente con noi.Secondo Branson questo è un piccolo passo per luomo e un grande passo per l’umanità. Vedremo.Intanto, ecco il video con i suoi consigli. Cheers!

via Rimorchiare in aereo non è mai stato così facile | Non aprite quelle porte.

0

Da Lino a Nicola, il passaggio generazionale nell’artigianato del futuro | La nuvola del lavoro

di Alessio Sartore

Siamo a Verona, città a tradizione tipografica. Lino è un tipografo di settant’anni, tre figli a cui non interessa continuare il suo lavoro, una passione per i funghi, un bel po’ di soldi se vende il laboratorio tipografico che sarà demolito per la costruzione di un condominio. Lino parla con la moglie e decide che dopo quarant’anni è il momento di appendere i caratteri mobili al chiodo. Peccato, dice, le Heidelberg Stella del 1950 ormai non le sa far funzionare più nessuno. E fin qui siamo di fronte ad una storia come tante altre. Saper fare artigianale che si perde nelle mani dell’artigiano in pensione. Ma qui arriva la svolta. Nicola è un trentenne con una buona esperienza nel marketing. Fiuta la potenzialità e insieme ad alcuni amici rileva l’intera tipografia. Ad una condizione, che Lino insegni loro ad usare le macchine tipografiche. Trovano un nuovo laboratorio dove posizionare le Heidelberg. Giovanni, laurea al Politecnico di Milano, fa l’apprendista tipografo. Creano una startup con uno stupendo gioco di parole: Lino’s Type. Laura, illustratrice, disegna nuovi prodotti con grafiche vintage. Invitano la stampa ad aperitivi tipografici. Girano video e usano i social network per diffonderli. Creano nuovi caratteri mobili con la stampa 3D. Usano marketing alternativo: non parlano mai di prodotto ma raccontano storie di chi usa i loro prodotti. Mettono in piedi un e-commerce che li fa vendere prodotti di alta qualità artigianale italiana anche in Giappone. Lino’s Type è artigianato del futuro: generare valore economico unendo saper fare tradizionale e marketing, cliché di piombo e stampa 3D, esperienza artigianale e design thinking. Uno dei tanti casi di startup di nuova economia artigianale che andremo a raccontare.

via Da Lino a Nicola, il passaggio generazionale nell’artigianato del futuro | La nuvola del lavoro.

0

Che fine ha fatto l’operaio? Da tuta blu a tuta bianca di Sandro Mangiaterra – Corriere del Veneto

Impauriti dalla crisi e pagati poco, resistono e fanno gola alla Germania. Le nuove vie del welfare e gli accordi pilota nelle imprese

Sono passati quarant’anni e la classe operaia è ancora lì, alla ricerca del suo paradiso. Un paradiso sempre più lontano, in verità, se si pensa alle migliaia di posti bruciati dalla Grande Crisi, agli stipendi ogni mese più magri, alle preoccupazioni dei padri per il futuro dei figli. Ma tant’è. Quei lavoratori descritti nel 1971 dal mitico film di Elio Petri, quando per la prima volta la macchina da presa entrava in fabbrica, sono invecchiati, hanno studiato e si sono specializzati, si mostrano meno arrabbiati e più rassegnati. Eppure, nonostante tutto, sono rimasti sul pezzo, resistono, lottano, sognano in epoca di globalizzazione esattamente come ai tempi del miracolo economico. Operai: voce scomoda nel vocabolario della politica italiana. Argomento che «non tira» nemmeno a livello mediatico. Balzano all’attenzione dell’opinione pubblica solamente quando si abbarbicano su una gru, o bloccano un’autostrada, o mettono in scena qualche protesta eclatante di cui non si può fare ameno di parlare.

Reazioni esplosive di fronte a situazioni impossibili da accettare. Basta sentire Nicoletta Zago, la prima a salire, nel dicembre 2010, sulla torre della Vinyls di Marghera. «Perché dall’Eni abbiamo subito troppe ingiustizie, troppe umiliazioni ». Una scelta rivendicata con orgoglio: «Ci volevano fare fallire tre anni fa, oggi l’area è stata bloccata a vocazione industriale e ci sono aziende interessate a subentrare. Siamo qui. Il destino della Vinyls non è segnato». Fatto sta che proprio la crisi ha portato con sé una «scoperta»: gli operai continuano a esistere. E sono tanti: oltre 8 milioni nell’intera penisola, il 36 per cento degli occupati; 860 mila (di cui 340 mila donne) in Veneto, dove la percentuale sul totale di chi lavora sale al 38 per cento. «Si erano fatte molte congetture sulla loro sparizione nella società postindustriale, nell’Italia dei servizi, della cultura e del turismo», allarga le braccia Luciano Gallino, sociologo del lavoro (intervista nella pagina a destra), «ma gli operai non si sono volatilizzati. Soprattutto, sono rimaste le mansioni operaie, anche nel terziario». Che cosa è successo, allora? Semplice, sono cambiati. Per questo si fa così fatica a capirli e a raccontarli. A inquadrarli dal punto di vista sindacale. Tanto più a rappresentarli politicamente, visto che, come dimostrano le analisi sui flussi elettorali del vicentino Ilvo Diamanti, in passato hanno votato per Forza Italia e Lega e adesso si sono avvicinati al Movimento cinque stelle di Beppe Grillo. «A Marghera negli anni Settanta c’erano 45 mila operai — spiega Riccardo Colletti, segretario dei chimici della Cgil di Venezia—Ora se ne contano sì e no 5 mila e le tute blu hanno lasciato il posto ai camici bianchi: l’elettricista è diventato elettrostrumentista, l’addetto alle macchine adesso si chiama tecnico di produzione». Evoluzione (e selezione) della specie. «Il 45% degli operai veneti ha almeno un diploma in tasca—continua Emilio Viafora, che della Cgil è il segretario regionale — E ciò che conta maggiormente è l’alta specializzazione, l’innalzamento delle competenze, quello straordinario insieme di saperi che è stato il motore dello sviluppo del territorio».

Non a caso le aziende tedesche, e in generale del Nord Europa, hanno cominciato a fare scouting dalle nostre parti, in caccia di personale qualificato. Ottimo, si direbbe. Se non fosse per un particolare: il lavoro manca per i giovani (il tasso di disoccupazione nella fascia tra i 15 e i 24 anni, pur nel Nordest della moltitudine di fabbriche e fabbrichette, sfiora il 20%) ed è a forte rischio per i quaranta- cinquantenni. Dal 2008, in Veneto sono andati persi 90 mila posti. «Uno stillicidio, che ormai non risparmia nessun settore — commenta Bruno Anastasia, alla guida del dipartimento ricerche di Veneto lavoro—Né si capisce come potrebbe avvenire un’inversione di tendenza: per le imprese dovrebbe tornare a essere conveniente investire, innovare, crescere. E assumere. Invece ci si difende solo con gli ammortizzatori sociali, per i quali al Veneto, nel 2012, sono andati complessivamente 1,6 miliardi». Conclusione: i tempi per il riassorbimento nel mondo del lavoro sono raddoppiati e oggi risultano in media di un anno. Senza contare che la ricollocazione, quando si presenta, passa quasi sempre per un rapporto a tempo determinato. Insomma, la sensazione che si vive nei capannoni è di grande precarietà. A volte in senso stretto, legata ai tanti contratti atipici, altre sotto forma di paura. Da un sondaggio condotto dall’agenzia per il lavoro Openjobmetis e dall’istituto di ricerche Ispo, emerge che il 63% di chi un’occupazione ce l’ha si sente comunque instabile e insicuro. «Non ci dormo la notte — racconta Moreno Ceron, 55 anni, due figli, manutentore elettrico alla Bisazza di Alte (Vicenza), una delle imprese simbolo del miracolo Nordest, che ha appena dichiarato di volere avviare le procedure di mobilità per una ventina di dipendenti— Mi guardo in giro, mi do da fare, ma mi sento rispondere che sono nella classica categoria di chi è troppo giovane per la pensione e troppo vecchio per trovare un lavoro.

Continua a leggere: Che fine ha fatto l’operaio? Da tuta blu a tuta bianca – Corriere del Veneto.

0

Uomini da evitare di Francesca Visentin – Corriere del Veneto

Sì, vale la pena raccontarle, le storie dei tipi da non frequentare. Per chiarire, una volta per tutte, il concetto: essere single a 40 anni non significa accogliere adoranti qualsiasi forma di uomo si materializzerà all’orizzonte. Insomma, narcisisti, egocentrici e pure bruttarelli fatevene una ragione: le donne-sole non vi cadranno tra le braccia soltanto perché esistete. Lo racconta bene, con ritratti fulminanti e una buona dose di ironia Annalisa Bruni, scrittrice veneziana, nel libro Tipi da non frequentare Cleup editore, collana Vicoli, pagine 112, 14 euro. Una carrellata di personaggi che a tutte è capitato di incontrare. E che molte hanno sperato di non rivedere mai più. Partendo dal «simpaticone», che parla in continuazione. Se per sbaglio la malcapitata interloquisce, nemmeno se ne accorge. Al «giornalista », «non bello» che a mezzanotte manda sms del genere «sei telefonabile? » E alla fine di una serata disastrosa, sulla porta di casa pronuncia la storica frase «sei corteggiabile?»Fino a quel capolavoro descrittivo del «professore», incontrato trent’anni dopo i tempi dell’Università, che pur essendo vicino ai settanta subito ci prova, all’insegna dell’evergreen «mia moglie non mi capisce ». E al momento dei saluti sfodera l’agghiacciante: «Oggi ho capito cosa mi manca nella vita», fino a trasformare le sdolcinatezze alla Liala in uno stalking rabbioso appena gli si fa gentilmente capire che non si è interessate. La lista dei tipi da non frequentare sembra infinita, l’acuta penna di Annalisa Bruni li immortala con la precisione di un’entomologa: c’è «il montanaro», «il vigile», «l’avvoltoio », «il dirimpettaio», il pericolosissimo «amico delle donne». Che dire poi del «collega »? In quante, più per noia che per attrazione, cedono alle avance di qualche «collega»? Di solito si rivelano esperienze da dimenticare. Poi ci sono gli incontri da cui si fugge a priori, gli unici che potrebbero rivelarsi vincenti. Ma si sa, noi ragazze siamo spesso sprovviste di autostima e quando capita quello apparentemente giusto, giovane, carino, sensibile, finiamo per pensare «è troppo per me, mi farà soffrire». Facciamo le spavalde, lo teniamo a distanza. Preferiamo rimpiangerlo per sempre che rischiare il cuore infranto. E allora ci rivolgiamo a quelli mediocri. Almeno è più facile lasciarseli alle spalle senza rimpianti.Un libro divertente, che sintetizza bene i molti difetti maschili e l’eterna coazione a ripetere schemi amorosi fallimentari femminile. Annalisa Bruni riesce a trattare anche il delicato tema della violenza contro le donne, fisica e psicologica e a fare riflettere. «L’idea del libro è nata osservando le tante donne single che ci sono in giro – spiega Annalisa Bruni -. Mi sono chiesta, ma perché non trovano un compagno? Cosa non funziona nelle relazioni? Non ci sono maschi all’altezza delle loro aspettative? Insomma, ho voluto fare una specie di ricognizione sentimentale, ispirandomi anche al bellissimo romanzo di una delle mie scrittrice di riferimento Dorothy Parker Uomini che non ho sposato». La conclusione è un monito, da tenere ben presente: ognuno di noi è artefice del proprio destino.

Francesca Visentin

via Uomini da evitare – Corriere del Veneto.

0

Libri: Battista in bilico fra amore e morte – IlGiornale.it

Fabrizio Ottaviani

Il sesso è la morte sono coetanei, quasi dei gemelli diversi, sostengono i biologi: gli esseri più semplici (batteri, virus), che non hanno attività sessuale, non muoiono mai: piuttosto, come in un racconto di Calvino, si dividono all’infinito. Ma appena giunge, con gli organismi superiori, la necessità di far circolare il corredo genetico, appare anche la morte: una volta effettuato lo scambio dei geni, infatti, dal punto di vista della specie la sopravvivenza dell’individuo è del tutto inutile.

Pensavo a questa fratellanza biologica fra sesso e morte leggendo La fine del giorno (Rizzoli, pagg. 159, euro 16) di Pierluigi Battista, noto e influente editorialista del Corriere della Sera. È un diario bifronte nel quale Battista parla essenzialmente di due cose: della malattia della moglie Silvia, uccisa nel giro di pochi mesi da un male incurabile; e del progetto di scrivere un saggio sulle passioni senili. Cioè, bando agli eufemismi, sulla voglia dei vecchi di fare sesso, una pratica che oggi la pillola blu ha forse reso più frequente e che alcuni casi sensazionali – da Strauss-Kahn, accusato di molestie dalla cameriera al generale Petraeus, che andava a letto con la sua giovane biografa – hanno posto al centro dell’attenzione dei media.

È il monito di Silvia, una sorta di tanto va la gatta al lardo, a fare da collante fra le due parti del diario: attento, dice al marito, a non sembrare anche tu un manzoniano «vecchio malvissuto»; attento, insomma, a non lasciarti invischiare nel soggetto della ricerca.

Preso atto dell’avvertimento, Battista lascia scorrere le due parti del diario senza farle incontrare. Racconta i giorni terribili della malattia della moglie, in pagine in cui la disperazione è palpabile e il lettore viene trascinato in un girone infernale fatto di medici, farmaci e protocolli terapeutici. E intanto si immerge nell’altro tema, che ovviamente è più antico del Viagra. Si comincia con i vecchi lubrichi di Plauto e si finisce con i personaggi di Philip Roth o di Coetzee, che non cessano di desiderare nonostante i capelli bianchi e un corpo che perde colpi. Sono «i nipotini del professor Unrat», il patetico professore di liceo innamorato della cantante Lola, uscito dalla penna di Heinrich Mann.

Lungo l’intero diario, Battista non vacilla. Nemmeno una volta strizza l’occhio ai canuti satiri che sfilano sotto la sua lente di ingrandimento. Gli episodi antologizzati, siano presi dalla grande letteratura o dalla cronaca spicciola, hanno sempre attorno la cornice del ridicolo o del grottesco. Tanto che per una specie di contraccolpo il sesso «lecito», tenuto il più lontano possibile dalla vecchiaia e dalla morte, finisce per alludere a una beatitudine così vincolata, imberbe ed estetizzante da sembrare frigida.

via Battista in bilico fra amore e morte – IlGiornale.it.

0

Una storia – Libri: New York è una finestra senza tende di Paolo Cognetti | Chometemporary

I libri che leggo si dividono in due categorie, quelli che scelgo di leggere e quelli che mi capitano tra le mani per caso. New York è una finestra senza tende di Paolo Cognetti fa parte della seconda categoria. Ne ho letto avidamente ogni singola riga, ma di come abbia deciso di leggerlo non ricordo nulla. Dagli incontri fortuiti nascono a volte grandi cose, e questa è più o meno la storia di come mi sono appassionata ad uno scrittore incontrato per caso. New York è una finestra senza tende è una guida letteraria della città di New York appunto, nata dalla passione dell’autore per i suoi scrittori simbolo. Non si parla di guida alla città in senso stretto, ma piuttosto di una visione collaterale ed inedita di una delle città più amate del mondo. Cognetti è stato abile nel non cadere nei cliché, in tutto quello che è già stato detto e scritto su New York. Lo scrittore regala piuttosto una versione intima e personale della metropoli, concentrandosi su alcune zone e su alcuni dei suoi abitanti. Frutto di viaggi ed esplorazioni di Cognetti stesso, il libro è l’insieme di esperienze realmente vissute, di sogni e di racconti di altri – scrittori e poeti che hanno costruito l’immagine di New York per noi.

Conclusa la lettura, non ho potuto fare a meno di leggere Sofia si veste sempre di nero, l’ultimo romanzo dello stesso autore, in uscita per minimum fax. Tale libro dunque rientra nella categoria delle letture che scelgo di fare, e questa potrebbe diventare ora la ridicola storia di come ho cercato il romanzo per tutta Milano.Inizia con me che entro in libreria e chiedo alla commessa Sofia si veste sempre di nero di minimum fax, e di come la commessa mi risponda: – Avevamo un libro con quel titolo, ma l’autore era Cognetti -. Ah però, non ti sfugge niente.La storia continua il giorno successivo, in un pomeriggio piovoso. Entro in un’altra libreria con la medesima richiesta e i commessi rispondono sfacciati: – Non c’è e non arriverà mai. Ma se questa fosse una libreria seria, arriverebbe -.Stupita ed incerta mi dirigo verso un’altra libreria ancora, la terza dell’avventura. Qui mi sento rispondere da una ragazza annoiata ed infastidita che non ha mai sentito parlare del libro, ma che il computer lo segnala in ordine da due mesi. L’ultimo tentativo mi fa conoscere la donna della mia vita, quella che ricorderò come la libraia che non mi fece nemmeno finire la frase, ma che conosceva il romanzo, che non aveva bisogno di controllare al computer, quella che forse lavorava per un posto serio, ma soprattutto quella che sapeva la differenza tra casa editrice ed autore.Ora potrei raccontare di quanto e perché mi sia piaciuto Sofia si veste sempre di nero, e di come abbia deciso di fare qualche domanda al suo autore, Paolo Cognetti, una persona vera, che non si chiama né Minimum né Fax. Ma questa grazie al cielo è un’altra storia, che racconterò la prossima volta.

via Una storia | Chometemporary.

0

«Grillo ha idee da sessantenne Il web come Tv senza confronto» – Tecnologia – l’Unità – notizie online lavoro, recensioni, cinema, musica

Di Rachele Gonnelli

Ha fatto studi filosofici e di comunicazione di massa, ama la scuola di Francoforte, la psicologia lacaniana, il cibo unto, ha trent’anni scarsi, accento nordico, QuitTheDoner come lavoro fa altro, ma per passione scrive lunghi articoli in cui mette ai raggi x il blog più famoso d’Italia, quello di Beppe Grillo sulle orme di Giuliano Santoro. E li pubblica sul suo diario digitale, cioè un altro blog, raggiungendo anche mezzo milione di condivisioni.

Nel suo ultimo post Grillo se la prende con troll, fake e multinick, insomma si sente vittima di stalking digitale da parte di chi lo spinge ad allearsi con Bersani.

«Sì, suddivide i messaggi in categorie e dice che ci sono dietro dei professionisti. Bello, perché sul web girano analisi che al contrario mettono in luce la serialità delle risposte, sempre con le tre o quattro argomentazioni, con poche varianti e nomi che ricorrono o sembrano creati in serie. C’è chi ipotizza che ci sia dietro la Casaleggio Associati ma personalmente non ne ho le prove. Comunque quest’attacco conferma la mia tesi: Grillo ha di internet un’idea da sessantenne italiano medio, lo usa come un canale televisivo, senza contraddittorio. Chi sta con lui è perbene, poi c’è la “kasta”, il nemico. Questa categoria che inizialmente indicava il polo Pdl-Lega si è andata dilatando man mano che quest’area diminuiva d’importanza, ha inglobato il Pd, sotto elezioni è arrivata agli alti funzionari, e ora include tutti i dipendenti pubblici, insegnanti inclusi. Chi mette in discussione i suoi proclami è un “troll” di mestiere, perché lui è il Verbo, al servizio di schemi superiori. È un Berlusconi al quadrato. Solo che Berlusconi assoldava pletore di giornalisti, Grillo invece si è fatto lui stesso media, l’uomo col megafono, un’immagine neanche nuova, vista in Sidney Lumet nel ‘76. La sua narrazione è la Verità, d’accordo o no, chi si oppone è in malafede. Questa è la potenza del suo messaggio e ne rivela la natura autoritaria».

Il suo movimento non è anti-sistema?

«È la migliore garanzia per il sistema. Del resto Goldman Sachs, Mediobanca e persino l’ambasciata Usa lo apprezzano e lo seguono con attenzione. L’ego è al centro del marketing e Casaleggio è bravo, bravissimo nel marketing. È anche pericoloso perché ha una visione del mondo totalitaria, oltre che apocalittica, e ha creato un nuovo partito-azienda come Forza Italia agli inizi».

Ma l’enfasi sulla democrazia diretta attraverso la Rete, allora?

«Il mito coltivato anche da Grillo del web come paradiso della partecipazione orizzontale è una fandonia. Nel web 2.0, che sono i social network, esistono gerarchie non manifeste, nascoste nei meccanismi della Rete. La Rete non è un luogo astratto della democrazia. Come dice Eugeny Morozov, ricercatore di Stanford, esistono algortimi che indirizzano su Google le ricerche e noi ci fidiamo dei risultati senza conoscerne il meccanismo. Esiste la piattaforma liquid feedback lanciata dal Partito pirata in Germania ma Grillo non l’ha mai messa online. La sua idea di referendum su internet non è democrazia, è un plebiscito telematico. Oltre a Casaleggio del resto non c’è nessuno che può parlare oltre a lui, avrebbero volentieri fatto a meno dei due capogruppo Crimi e Lombardi. Nei partiti classici i troll sarebbero correnti, i funzionari farebbero da filtro ma anche da mediatori. Nel MS5 c’è solo il leader e il votante».

Nel video «Gaia» è l’individuo solo di fronte al mondo, come il consumatore di fronte al mercato?

«Certo. Risponde alla parcellizzazione neoliberista in cui il cittadino è solo di fronte allo Stato e a forze oscure, senza corpi intermedi. Dopo aver distrutto lo Stato sociale ora l’ultimo baluardo per la scuola di Chicago è attaccare l’istituto della democrazia».

via «Grillo ha idee da sessantenneIl web come Tv senza confronto» – Tecnologia – l’Unità – notizie online lavoro, recensioni, cinema, musica.

0

LASTAMPA.it: Soffocata da una macchina tessile, choc nel Biellese

Ghermita e uccisa da una macchina tessile. E’ successo questa mattina in un’azienda di Cerreto Castello, “Anordibiella”: la vittima è Maria Elena Toppa,  39 anni, madre di due bambini, residente a Quaregna. In fabbrica al momento dell’infortunio la donna era con un collega. E’ stato quest’ultimo a dare l’allarme: ha sentito delle invocazioni d’aiuto e quando è arrivato per la donna non c’era più nulla da fare. Secondo una prima ricostruzione, la donna stava lavorando a un’orditrice quando negli ingranaggi è finito un lembo del suo maglione. E’ stato un attimo e per la donna non c’è stato nulla da fare: è morta soffocata. Carabinieri e Spresal hanno avviato un’indagine, in fabbrica è arrivata anche la segretaria provinciale della Cgil tessili, Romana Peghini.

via LASTAMPA.it: Soffocata da una macchina tessile, choc nel Biellese.

0

Il “dietro le quinte” del Movimento 5 Stelle | salto.bz

Qual è l’origine dello straordinario successo conseguito dal Movimento 5 Stelle alle recenti elezioni politiche? Ne parliamo con un esperto che ci aiuta a decodificare la complessa amalgama di marketing, spettacolo e intuito che ha portato Beppe Grillo a diventare l’ago della bilancia della politica italiana.

di Luca Sticcotti

 

Il Movimento 5 Stelle è la grande novità della politica italiana. Ma come funziona? Come si è sviluppato? Chi sta dietro le quinte? Quali sono le forme di partecipazione, vecchie e nuove, che veicola?

Per orientarci e capire meglio il fenomeno  abbiamo fatto una chiacchierata con Flavio Pintarelli, esperto di marketing, comunicazione e web 2.0.

Il quadro che scaturisce è interessante fornisce una serie di chiavi di lettura sia del movimento politico guidato Beppe Grillo che dei meccanismi che oggi muovono informazione e politica, non sempre veicolanti l’agognata formazione del senso critico dei cittadini.

Flavio Pintarelli, il Movimento 5 Stelle ha preso 8 milioni e mezzo di voti alle ultime elezioni politiche. Qual è la sua vera forza? Ed il suo tasso di compattezza?

Le visioni dei guru Grillo e Casaleggio spesso divergono da quelle dei militanti e simpatizzanti.

Esiste una schizofrenia tra un movimento posseduto da un privato che ne detiene il marchio registrato e i militanti che dicono di non avere mai avuto delle ingerenze e ordini dall’alto.

Una delle grandi contraddizioni del Movimento 5 Stelle riposa nella visione del web di Grillo e Casaleggio. Il movimento si dichiara postideologico ma ha, di fatto, una visione della rete assolutamente ideologica. Lo dimostrano le analisi predittive di Casaleggio Gaia e Prometeus.

In che senso la visione della rete che propongono sarebbe “ideologica”?

Cancellano tutti i rapporti di forza. La rete è vista come una realtà piana e aconflittuale, una cosa assolutamente lontana dalla realtà.

Questa visione è condivisa da tutti i sostenitori del movimento?

Io credo di no, anche se non ho dati per dimostrarlo.

Lo strumento fondamentale di comunicazione nel movimento è il blog di Beppe Grillo. Come funziona?

C’è una personalità che decide cosa viene pubblicato. Poi c’è un’area per i commenti ma in realtà Grillo non interviene, non ribadisce, non dà risposte. La cosa in realtà risponde ad una nozione di marketing piuttosto chiara che è quella dell’influencer, di cui Casaleggio in Italia è uno dei più grossi teorici.

Chi sono gli influencer?

Il marketing digitale parte da questo assunto: il web 2.0 ha dato al consumatore la possibilità di prendere la parola e influire direttamente sulle scelte delle aziende attraverso la capacità di produrre e condividere informazioni. In rete allora sulla base di meccanismi sociali e semiotici si creano degli utenti che vengono ritenuti autorevoli e attendibili e che dunque sono in grado di esercitare un’influenza sulle abitudini dei consumatori.

E’ nato prima l’uovo o la gallina? Cioè… prima Casaleggio o Grillo?

Casaleggio è nato prima del fenomeno del Grillo politico o movimentista. Per molti anni Casaleggio è stato responsabile delle reti per Telecom, poi si è messo in proprio. Casaleggio & Associati si occupa di entertainment ma è stata anche per anni consulente dell’Italia dei Valori di Antonio di Pietro. Di Pietro è stato uno dei primi politici in Italia ad aprire un canale su youtube. La Casaleggio & Associati è anche un editore che produce libri e dvd e che attorno a questo fenomeno ha creato anche un suo mercato e lo ha monetizzato.

Quali sono le forme di partecipazione che vengono veicolate in un progetto politico di questo genere?

La scelta della democrazia diretta si basa in questo contesto su una possibilità tecnologica e cioè che le persone possano esprimere direttamente le proprie opinioni e partecipare ai processi decisionali utilizzando delle piattaforme web.

Detto così sembra tutto rose e fiori. 

In realtà lo scenario è piuttosto problematico. Innanzitutto da un punto di vista di accesso alle tecnologie: il digital divide in questo momento rappresenta la divisione di classe per eccellenza. Qualsiasi insegnante che abbia un minimo di competenze sul digitale potrà dire che gli studenti con la maggiore alfabetizzazione informatica sono quelli che vengono da famiglie tra virgolette borghesi. Meno ne hanno i figli degli operai e degli immigrati.

Qual è l’effettiva percezione dei sostenitori in merito al tasso di democrazia interna al movimento?

In buona parte hanno sposato la visione ideologica che il web sarebbe una tecnologia liberante di per sé.

Si sentono avanti, pensano che quello è il futuro e che loro stanno già nuotando in quel mare…

Proprio così. Il problema sta nel fatto che internet è una rete che si compone di protocolli informatici di comunicazione e infrastrutture fisiche. In realtà non è assolutamente vero che internet sia libera. Se google domani decide che il tuo sito non si deve più vedere il tuo sito non si vedrà. Di fatto per scomparire basta non essere più presenti sulla prima o seconda pagina dei motori di ricerca.

Continua a leggere: Il “dietro le quinte” del Movimento 5 Stelle | salto.bz.

0

La Stampa – Il primo viaggio di Xi Jinping è nella Mosca di Putin

ANNA ZAFESOVA

È appena cominciata, ma viene già definita un successo: la visita del nuovo leader cinese Xi Jinping, la prima all’estero dopo il suo insediamento, ha come destinazione Mosca. Un favore ricambiato, dopo che Vladimir Putin, dopo la sua terza rielezione, scelse Pechino invece che Washington come metà del primo viaggio all’estero. Secondo il presidente russo, «le relazioni russo-cinesi sono uno dei principali fattori della politica globale», e la permanenza di Xi a Mosca «avrà risultati storici». Dal canto suo, Xi ha confermato che «non siamo venuti invano».

 

I risultati, almeno a livello economico, sono in effetti tangibili: la major statale Rosneft ha firmato ieri con i colleghi della Cnpc di Pechino un contratto per raddoppiare le forniture di greggio in Cina a 31 milioni di tonnellate l’anno. Il presidente della compagnia petrolifera Igor Sechin, uno degli uomini più vicini al presidente russo, ha anche annunciato l’ottenimento di un prestito di tre miliardi di dollari dalla Banca cinese per lo sviluppo dei giacimenti, inclusi quelli del mare di Barents e della Siberia Orientale, approfittando del diritto esclusivo di Rosneft e Gazprom sui giacimenti off-shore. Alcuni di questi progetti erano stati per anni oggetto di negoziati con le major americane ed europee, che però si sono ritirate sia a causa delle complessità tecniche dell’estrazione in un mare ghiacciato, che soprattutto per le difficoltà nel trattare con i partner russi sempre più diffidenti verso gli occidentali. Le crescenti tensioni sulle violazioni dei diritti umani e la mancanza di democrazia spingono Mosca a guardare sempre più volentieri a Oriente: i cinesi non fanno obiezioni se un oppositore del Cremlino finisce in carcere, e per di più la loro fame di materie prime ed energia resta ancora insaziabile, a differenza degli Usa e dell’Europa in crisi. Fondamentale per la politica della «superpotenza energetica» teorizzata dai putiniani. Anche se l’agognato contratto trentennale per le forniture di metano è slittato ancora: nonostante la firma di un memorandum d’intesa, resta evidente che i prezzi offerti da Gazprom insieme ai vincoli su condizioni, volumi e durata dell’impegno, continuano ad apparire ai cinesi troppo pesanti.

 

A parte l’economia, la posizione comune all’Onu in difesa del regime di Assad ha ulteriormente consolidato l’asse Mosca-Pechino, che nei primi anni della sua presidenza Putin invece costruiva con cautela, temendo la soverchiante potenza economica e demografica del vicino asiatico, ormai emancipatosi dalla condizione di “fratello minore” che occupava nella famiglia comunista ai tempi di Stalin e Mao. E così Xi Jinping viene ricevuto a Mosca in pompa magna, con guardie d’onore e profluvio di aggettivi come “storico”, “cruciale” e “secolare” e la promessa del nuovo presidente cinese «verrò a trovarvi spesso».

 

Ma la vera star di questo spettacolo diplomatico sembra Peng Liyuan, la First lady cinese al suo esordio internazionale. Ex cantante lirica, si esibirà domani a Mosca insieme al famoso coro dell’ex Armata Rossa, cantando in russo e in cinese una canzone popolare dell’epoca sovietica. Gli obiettivi dei fotografi delle agenzie internazionali sono tutti puntati sul cappottino blu della signora Peng, sul suo sorriso cordiale, la disinvoltura inedita per la nomenclatura cinese con cui si comporta in pubblico, permettendosi addirittura di mettere la mano sul braccio del marito mentre scende la scaletta dell’aereo. Qualcuno già vorrebbe affidare all’elegante e simpatica moglie del presidente cinese una rivoluzione analoga a quella compiuta a suo tempo da Raissa Gorbaciova (ma nel frattempo al Cremlino si è tornati a first lady invisibili e gira addirittura voce che Lyudmila Putina sia stata rinchiusa in monastero, come le zarine sgradite del Medioevo).

via La Stampa – Il primo viaggio di Xi Jinping è nella Mosca di Putin.

0

A Salerno torna di moda il “Principato” | Zerottonove

Sembrava ormai chiusa la querelle relativa all’istituzione del “Principato di Salerno“, dopo i vari NO raccolti dall’on. Edmondo Cirielli in giro per la Campania – e non solo, ndr – durante la sua permanenza a Palazzo Sant’Agostino con la carica di Presidente della Provincia di Salerno.

Lo stesso on. Cirielli però, riuscito ad entrare in Parlamento nella lista del partito “Fratelli D’Italia“, ha presentato una proposta di legge – inserita tra le 550 già depositate alla Camera dei Deputati in questi primi giorni di legislatura – per poter istituire il suddetto Principato, rendendo dunque la città e la provincia di Salerno una regione a sè stante, distaccata dunque dalla regione Campania e, in particolare, da quel napolicentrismo di cui tanto si è parlato nel corso degli ultimi anni.

Bisognerà ovviamente chiedersi come mai l’onorevole Cirielli abbia voluto presentare tale proposta alla Camera nonostante le tante incompatibilità rese note nel corso della sua campagna di promozione del Principato: che sia questo l’unico modo per distaccarsi dalle progettualità del presidente della Regione Campania, Stefano Caldoro, senza commento alcuno riguardo ciò che è stato detto e fatto nel corso di questi anni in favore della città e della provincia di Salerno? Quali potrebbero essere gli altri obiettivi dell’on. Cirielli?

via A Salerno torna di moda il “Principato” | Zerottonove.

0

Carcere di Augusta: gravi carenze igieniche e strutturali per il corpo della Polizia penitenziaria, e per i detenuti?

c_640_300_0_00___images_siracusa_articoli_2013_01_AUGUSTA_carcere_di_Brucoli_2

Leggiamo in una nota di Massimiliano Di Carlo, dirigente nazionale della Fsa – Cnpp al capo del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, inviata al provveditore dell’Amministrazione Penitenziaria per la Sicilia, al direttore del carcere di contrada Piano Ippolito e alle segreterie generale, regionale e provinciale del sindacato, dove viene denunciato il degrado che regna nei luoghi di lavoro della casa di reclusione di Augusta.

Il corpo di Polizia penitenziaria del carcere di Augusta subisce condizioni di lavoro al limite della sopportabilità:

“Si sollecitano iniziative con lo stanziamento di idonee risorse per ricondurre la struttura ad un sufficiente livello di funzionalità e di igiene, in assenza delle quali, non si esiterà a coinvolgere il personale in azioni di protesta. Nella missiva vengono segnalate gravi criticità e disfunzioni della struttura penitenziaria.

Nello specifico i rappresentanti dei luoghi di lavoro (R.L.S. ai sensi della Legge 81/08) stigmatizzano, una situazione di generale degrado delle strutture destinate al personale di Polizia Penitenziaria: cassette del pronto soccorso pressoché assenti nei luoghi di lavoro del personale e le poche presenti, con il materiale contenuto scaduto oppure mancante; necessità di installare apposite zanzariere elettriche constatata la notevole presenza di zanzare ed insetti vari durante tutto l’anno che nemmeno le disinfestazioni periodiche riescono a debellare; servizi igienici in uso al personale in stato di indecenza che necessitano della urgente sostituzione dei sanitari e di tinteggiatura; luoghi di lavoro, uffici e locali vari, e la mensa agenti, che richiedono l’installazione di sistemi di climatizzazione per rendere meno pesanti le condizioni di lavoro; rifacimento rivestimento del pavimento della sala regia da tempo deteriorato.”.

Diamo risalto all’allarme lanciato e chiediamo in quali di condizioni d’igiene, salubrità e sicurezza versano i locali dove vivono i reclusi?

Leggi Carcere di Augusta, denuncia della Fsa-Cnpp “Gravi carenze strutturali e igieniche” – Giornale di Siracusa.

 

0

Elogio del Compromesso di Antonio Sgobba – Notizie di libri e cultura del Corriere della Sera

«L’arte del compromesso, che è stata un’arte della politica, non è più valida». Beppe Grillo, nell’intervista a «Time», è stato chiaro. Dario Fo: «Se andiamo col compromesso, andiamo a rifare tutto daccapo. Troppa intransigenza? Ma è per mancanza di intransigenza che siamo arrivati a questo punto». Pierluigi Bersani ha poi detto senza metafore: «Non riteniamo né praticabili né credibili accordi di governo tra noi e la destra». La portavoce Alessandra Moretti ha aggiunto: «Non possiamo scendere a compromessi con Berlusconi». Per il Pdl ha chiuso il cerchio Cicchitto: «Il nodo politico resta uguale, non ci si può chiedere di fare un accordo».

Sembra ci sia un solo punto su cui i tre partiti protagonisti della politica italiana possono essere d’accordo: non si metteranno mai d’accordo. Risultato? Lo stallo. Non si tratta certo di un’eccezionalità italiana. «Il rifiuto sistematico del compromesso è un problema per ogni democrazia. Pregiudica il progresso politico e favorisce lo status quo», scrivono in The Spirit of Compromise. Why Governing Demands it and Campaigning Undermines it (Princeton University Press, 2012) Amy Gutmann e Dennis Thompson, rispettivamente presidente dell’Università della Pennsylvania e professore di filosofia politica a Harvard. I due politologi prendono in esame casi esemplari dalla politica Usa. Tra i quali il dibattito del 2011 sul tetto del debito sovrano: «Un Congresso diviso. Un accordo tra i due partiti appariva l’unica via per evitare il rischio default. Obama riuscì ad annunciare che i leader di democratici e repubblicani avevano raggiunto un accordo solo all’ultimomomento, la notte del 31 luglio». Preferire lo status quo non vuol dire lasciare le cose immutate. «Significa solo che i politici lasciano che siano altre forze a controllare il cambiamento», spiegano Gutmann e Thompson.

Ma l’ostilità al compromesso continua a crescere. Come mai? Secondo i due autori i fattori determinanti sono tre. Primo: la campagna elettorale permanente. «Prima del voto è un processo democratico indispensabile», scrivono. Il problema nasce quando diventa «intrusiva nell’attività di governo». Secondo: «La tendenza dei media a seguire la politica come le corse dei cavalli». Chi ha vinto? Chi ha perso? Con quale distacco? Sia che si tratti della competizione elettorale, sia dell’attività di governo. Terzo: la caccia ai soldi. «Dal primo giorno dopo le elezione, i deputati iniziano il fundraising per essere rieletti. Una raccolta fondi no stop che li tiene impegnati costantemente a scapito della loro attività». Dei tre il più pesante è il primo, influenza anche gli altri due. «Una campagna appassionata gioca un ruolo morale e pratico in democrazia. Fa sì che i candidati possano comunicare quali sono i loro principi guida e il modo in cui si differenziano dagli avversari. Ma quell’atteggiamento chiuso al compromesso non è utile quando è il momento di governare: un leader eletto a quel punto non deve solo tenere fede ai suoi principi, deve anche fare concessioni. Deve rispettare i suoi oppositori e collaborare per legiferare». Il rifiuto del compromesso quando è tempo di governare è «una specie invasiva proliferata fuori dal suo habitat naturale».

Continua a leggere Notizie di libri e cultura del Corriere della Sera.

0

Il cigno nero della politica italiana di Mattia Peradotto – Ateniesi.it

Grillo è un cigno nero. Ormai, in una politica zoologizzata fino al midollo fra tacchini, giaguari, grilli e altre incantevoli bestiole, nulla sembra più tanto strano. Grillo è stato il cigno nero  della politica italiana, un evento inaspettato o molto più probabilmente sottovalutato. Un evento d’impatto forte, basta vedere lo sconquasso che ha portato a destra come a sinistra, senza contare il centro praticamente azzerato dallo Tsunami. Un evento infine per cui dal giorno delle elezioni in avanti si è tentato di trovare una spiegazione, una forzata razionalizzazione della sua ascesa nello scetticismo precedente, nello stupore seguente e nell’immobilismo attuale.

Fiumi d’inchiostro sono stati versati sul “fenomeno Grillo”, sullo tsunami della politica italiana, castigatore degli sprechi e della casta. I “cari leader”, tutti, ci hanno bonariamente detto un minuto dopo il risultato elettorale che ovviamente loro sapevano, loro se lo aspettavano, anzi loro lo avevano previsto quel risultato. Gli opinionisti e gli editorialisti, poi, avevano praticamente la realtà sotto gli occhi, hanno confezionato spiegazioni puntuali dei “perché” e dei “per come” un movimento come quello era ovvio, quasi logico, che arrivasse dov’è arrivato.

Questo affanno di “prevedibilità retrospettiva”, come la chiama Nassim Taleb nel suo libro, mi ha fatto rabbia e tenerezza assieme. Si sapeva tutto ma nessuno ha fatto nulla per provare a cambiare il corso delle cose, come se Grillo fosse un novello Fato, immodificabile e ineluttabile, che bisognava solo aspettare. Io penso invece che Grillo sia davvero un cigno nero, e come tale adesso, nella realtà toccata e cambiata dal suo tsunami, ne vive tutti i pericoli. I cigni neri sono avvenimenti isolati, improbabili, ma con un impatto forte che modifica il corso degli eventi. Sono shock che rivelano a volte lo stesso grado di opportunità e di minacce, di prospettive positive da cogliere o negative da evitare, a patto che non si tenti quella forma di assicurazione mentale che ci spinge a spiegare l’evento come se fosse assolutamente prevedibile a posteriori.

Questo stanno facendo parte della classe dirigente del PD e parte della stampa. Stanno cercando di utilizzare quella “prevedibilità retrospettiva (ma non prospettiva)” che farebbe rientrare Grillo in un fenomeno assolutamente lineare, logico, modellizzabile, senza coglierne il senso profondo e senza concentrarsi sugli aspetti non prevedibili, che darebbero al PD gli strumenti per sfidare davvero Grillo e non essere più travolto dagli eventi.

Non bisogna imparare tanto a difendersi dai cigni neri, quanto a prenderne consapevolezza. Il cigno nero in sé, infatti, non è un cataclisma, ma l’impatto è amplificato dal nostro approccio ad esso. Sempre Taleb ci offre una bellissima metafora del rapporto tra PD (linea Bersani) e Grillo (movimento “Cigno nero”): “Il vero pericolo, la vera miccia del Cigno nero siamo noi, il fatto che noi tendiamo a comportarci come se questo non esistesse”. Eccolo il nocciolo, noi. Il PD si è comportato per mesi, anche dopo sentori dello scossone in arrivo, come se il cigno nero non esistesse. Era convinto di vincere, aveva una visione logica, lineare, prevedeva il corso degli eventi: si sentiva destinato alla vittoria per “manifesta superiorità”, per mancanza dell’avversario. Negava la possibilità che qualcosa d’imprevedibile potesse accadere e questa cecità lo ha lasciato impreparato, in balia dell’onda.

Il Pd non deve commettere lo stesso errore in cui sta ricadendo: cercare di spiegare a posteriori il fenomeno Grillo per autoassolversi, per tranquillizzare. Deve imparare a considerare l’incertezza, a cogliere i segnali, deve essere “inquieto nella ricerca”. Il rischio in queste situazioni è fermarsi a “guardare i dettagli”, come dice ancora Taleb, “invece del quadro generale”. “Continuiamo a guardare le minuzie invece di concentrarci sui grandi eventi possibili”: otto milioni di voti in movimento sono davvero un grande evento. Il Pd non può perseverare nella cecità, è ora che la sua dirigenza ne prenda atto. L’improbabile governa le nostre vite e un Grillo nero è sempre in agguato.

Mattia Peradotto    twitter

Mattia Peradotto

Ventitre anni, Ingegnere gestionale in erba al Politecnico di Milano, frequenta il corso di laurea specialistica in Management presso il medesimo ateneo. Australiano d’adozione per sei mesi di vita da “exchange student” al Royal Melbourne Institute of Thechnology. Consigliere comunale PD nella Romagna natale, liberale-sociale nel DNA, appassionato di politica da sempre, tifoso del Milan da tre generazioni.

 

via Il cigno nero della politica italiana.

0

Muos, parla la mamma aggredita dalla polizia «Sembrava che mi volesse strozzare» | CTzen

 

Di Claudia Campese, Salvo Catalano

Desirée Ristagno partecipa alle lotte a Niscemi contro l’installazione delle nuove antenne militari Usa fin dal principio. La vita al presidio per lei scorre serena. Spesso porta lì anche suo figlio, Ciro, 10 anni. Ma, il 15 marzo scorso, durante un blocco per evitare il passaggio di alcuni mezzi diretti alla base, la giovane mamma viene trascinata a forza e gettata a terra da un agente in borghese. «Ricordo poco, ho rimosso, ma io mi ero opposta solo con il mio corpo, senza violenza», racconta

Desirée Ristagno è una mamma. Giovane, di Niscemi, cresce da sola suo figlio, senza compagno. Ma con l’aiuto di sua madre, che a volte tiene Ciro, 10 anni, con sé la notte. Perché Desirée è anche una militante No Muos, fin dal principio attiva al presidio accanto alla base militare Usa in territorio nisseno dove, dopo le decine di antenne già presenti, gli Stati Uniti vogliono costruire un nuovo sistema satellitare. E lei, come molti suoi concittadini e siciliani, non ci sta. La vita al presidio per Desirée è «condivisione di tempi e di spazi, che fanno bene anche a mio figlio». I turni, la cucina, le notti. Ma ultimamente non sono mancati i momenti di tensione, che l’hanno vista inconsapevole protagonista. Come il 15 marzo quando, durante un blocco per impedire l’accesso di alcuni mezzi alla base militare, Desirée è stata aggredita da un poliziotto in borghese. Trascinata via a forza dal gruppo e gettata a terra, il corpo dell’uomo sul suo. Non ricorda quasi nulla di quei momenti: «Ho rimosso», dice. Ma, quando racconta, sembra ancora un po’ scossa.

«Mi è stato raccontato che, quando mi ha buttato a terra, sembrava mi volesse strozzare». «Il fatto che gli si sia buttato addosso è stato interpretato anche in un altro modo», aggiunge una donna niscemese del comitato Mamme No Muos. In ogni caso, una violenza. Che, dalle immagini video e dalle foto di quei momenti, appare ingiustificata. «Io mi sono opposta al passaggio dei mezzi senza violenza, solo con il mio corpo – racconta Desirée, che mima il momento tenendo le mani alzate – C’è chi voleva dialogare, cercando di tranquillizzarmi, e chi mi ha preso di forza e allontanato». Sembrava finita lì ma, a un tratto, il poliziotto torna indietro, scaraventa Desirée a terra e le sale addosso. Quasi come fosse un fatto personale. «Ma io non lo conosco, non l’ho mai visto prima», spiega la ragazza. «Fortunatamente c’erano anche altre persone lì intorno che mi hanno salvato dall’uomo nero – sdrammatizza – e varie foto e videocamere a documentare tutto».

La disavventura però non le ha fatto cambiare idea. La incontriamo al presidio, dove passa gran parte della sua giornata ed è tra i membri più attivi. «E’ bello vivere in comunità, condividere lo spazio e il tempo», racconta. E lo fa anche per Ciro, suo figlio. «Qui impara a vivere con altre persone, spesso sconosciute, e non per forza protetto dalle quattro mura di casa – spiega Desirée – I bambini saranno gli uomini futuri, è importante creare in loro la disponibilità all’altro, al diverso». Così Ciro partecipa alla vita del presidio. Gioca, per lo più, nel grande terreno che i No Muos stanno comprando e che sta diventando una piccola città di spazi comuni costruiti con materiali di fortuna. «Qui abbiamo provato anche a fare i compiti e ha funzionato abbastanza bene», racconta la madre. Ma Ciro, durante le manifestazioni, è anche capace di arringare la folla, con discorsi che farebbero impallidire il più consumato dei militanti. Sempre, tiene d’occhio la madre. Come quando fa capolino nella tenda in cui chiacchieriamo con Desirée, che non ama le telecamere, per vedere se va tutto bene.

via Muos, parla la mamma aggredita dalla polizia «Sembrava che mi volesse strozzare» | CTzen.

0

Il delirio del ministro svedese Borg sull’Italia – Formiche

Altroché Cipro, il maggior pericolo per la ripresa dell’area euro è costituito dall’Italia, ha affermato il ministro delle finanze della Svezia Anders Borg: “E’ importante capire quanto sia profonda la crisi europea”, ha detto durante una conferenza a Stoccolma, secondo quanto riporta Dow Jones. Secondo Borg per quanto le situazioni di Spagna e Cipro siano preoccupanti, lo sono meno di quella dell’Italia che deve ancora riuscire a formare un nuovo governo.Per questo secondo il ministro svedese la Penisola rappresenta il “maggiori fattore di rischio” a carico dell’economia di Eurolandia.Indirettamente Borg ha invece ridimensionato il caso Cipro, affermando innanzitutto che fronteggia problemi simili a quelli che hanno avuto, e superato, paesi vicini della Svezia come Islanda e Lettonia. Peraltro vista la mole di Cipro e dell’Ue il salvataggio dell’isola sarebbe comunque un “problema limitato”.Semmai Stoccolma vede in questa vicenda una conferma del suo scetticismo a partecipare all’Unione bancaria a cui puntano i paesi Ue, ha concluso Borg.

via Il delirio del ministro svedese Borg sull’Italia – Formiche.

0

lucisullest.it – GERMANIA – ISLAM: Westfalia, il governo contro i salafiti che plagiano i giovani tedeschi

Allarme per possibili attentati contro politici e leader religiosi. Messi fuori legge tre gruppi affiliati al movimento colpevoli di corrompere i giovani tedeschi. Ad Alessandria un istituto per insegnare arabo e cultura islamica ai giovani europei, ma anche per formare potenziali terroristi.

Berlino (AsiaNews 19-03-2013) – Berlino lancia l’allarme per possibili attentati contro politici e leader religiosi ad opera dei salafiti. A preoccupare il governo tedesco è il caso esploso lo scorso 13 marzo, nello Stato del nord Reno-Westfalia, dove la polizia ha sventato un attentato organizzato da alcuni miliziani salafiti contro i membri del Pro-Nrw, partito di estrema destra. Gli agenti hanno arrestato quattro islamisti, tre musulmani con passaporto tedesco e un albanese, che stavano pianificando un attacco per uccidere Markus Beisicht, capo della Pro-NRW, a Leverkusen.

 

In questi anni al movimento hanno aderito non solo immigrati di secondo o terza generazione, ma anche molti giovani tedeschi. Il pericolo è tale da spingere Hans-Peter Friedrich, ministro degli Interni tedesco, a bandire di recente tre gruppi legati all’estremismo islamico. Uno di questi, il Dawa FFM, ha fatto per anni propaganda di odio contro i tedeschi non musulmani e i cristiani, incitando in più occasioni i suoi seguaci ad assaltare i simboli della società laica. Preoccupati per la crescita dell’estremismo islamico nei loro Paesi, anche i media egiziani e giordani in lingua araba riportano la pericolosa situazione presente in Germania.

 

Volkhard Krech, docente del Center for Religious Studies (Ceres) della Ruhr-Universität di Bochum (Nord Reno-Westphalia), afferma ad AsiaNews che l’islam ha iniziato ad essere attraente, come lo erano negli anni ’70 e ’80 le ideologie di estrema sinistra ed estrema destra, ma non si può ancora parlare di una tendenza radicata. Per il professore i giovani sono affascinati dalle rigide regole di vita imposte dall’estremismo islamico, che sembra offrire loro un orientamento in una modernità che li confonde. Krech dichiara che nella regione del nord Reno-Westfalia  gli aderenti al movimento sono poco più di 1000 su una popolazione musulmana di 250mila persone. Nella regione la comunità islamica è ben integrata, molti di loro hanno cittadinanza tedesca. Tuttavia, nonostante il loro esiguo numero i salafiti fanno paura, anche agli stessi musulmani.

 

In Germania vivono circa 4,3 milioni di persone di religione islamica. Di questi oltre 1, 5 milioni sono immigrati che hanno ottenuto la cittadinanza tedesca.

Continua a leggere: GERMANIA – ISLAM: Westfalia, il governo contro i salafiti che plagiano i giovani tedeschi.

0

Consultazioni al via: anche Grillo al Colle – Italia – l’Unità – notizie online lavoro, recensioni, cinema, musica

Di Marcella Ciarnelli 20 marzo 2013

Cominciano le consultazioni del presidente della Repubblica che potrà decidere, al termine di esse, a chi affidare l’incarico per la formazione del nuovo governo.

Al via i colloqui al Quirinale

Secondo prassi i primi ad essere ascoltati questa mattina saranno i neoeletti presidenti del Senato e della Camera. Subito dopo sarà il turno delle diverse forze politiche. Per compilare il calendario è stato necessario attendere che venissero eletti i capigruppo che, nel quadro della democrazia parlamentare che regge la Repubblica, sono gli interlocutori naturali del Capo dello Stato.

L’ascolto e la riflessione

Ascolterà Napolitano le diverse delegazioni che si affacceranno oggi e domani nello Studio alla Vetrata. Poi tirerà le somme e parlerà. Intanto la parola sta agli altri. Su quanto gli sarà detto il presidente, prima di decidere sull’incarico, si prenderà una necessaria pausa di riflessione. Anche se la situazione è di grande allarme, l’ombra della crisi cipriota si allunga pericolosamente, ed il Paese non fa che chiedere interventi concreti per uscire dalla crisi. Nell’agenda di oggi, dopo i presidenti di Senato e Camera, sono stati fissati altri sette incontri con i rappresentanti di diverse forze politiche, la conclusiva della giornata sarà con i parlamentari di Scelta civica, il raggruppamento di Mario Monti. Saranno ricevuti, in sequenza, i rappresentanti dei gruppi misti, della Svp, le minoranze linguistiche, il Psi e Sinistra, ecologia e libertà.

Domani ci sarà il debutto al Colle dei parlamentari del Movimento 5 Stelle. Alle 9,30 saranno ricevuti nello studio alla Vetrata i due capigruppo, Vito Crimi e Roberta Lombardi accompagnati da Beppe Grillo, che è, da statuto, il presidente del partito. Con l’ex comico non dovrebbe comparire al Colle Gianroberto Casaleggio, la cui presenza era stata ipotizzata da Crimi. ll guru conta parecchio ma non ha nessun ruolo ufficiale nel movimento grillino dato che l’ex comico risulta essere presidente e come vice compare suo nipote Enrico, figlio di Andrea, fratello maggiore di Beppe, che non ha avuto nessun ruolo politico mentre segretario risulta essere il commercialista Enrico Maria Nadasi.

Centrodestra tutto insieme

Nella giornata dei leader dei maggiori partiti, alle 18 è atteso Pier Luigi Bersani con la delegazione del Pd, al Quirinale, subito dopo Grillo arriverà anche Silvio Berlusconi. L’ex premier, candidato premier nella scorsa consultazione, guiderà la delegazione composta dagli esponenti di tutta la sua coalizione. Pdl, Lega Nord e Autonomia saranno ascoltati tutti insieme. Al Cavaliere è riuscita l’operazione di fermare l’intenzione della Lega di avere con Napolitano un incontro separato dagli esponenti del Popolo della Libertà. Se n’è molto parlato, qualcuno ci aveva puntato in nome di una possibile autonomia di comportamento nei confronti di un futuro esecutivo, ma alla fine il gruppone è rimasto compatto. Tutti insieme al Colle con Berlusconi portavoce. Lo ha annunciato il segretario della Lega, Maroni, prima che venisse reso noto il calendario ufficiale.

L’intenzione di Napolitano di arrivare a dare l’incarico con il massimo di consapevolezza e ponderazione la si può leggere in filigrana anche nel fatto che tra l’incontro con i 5 Stelle, la Lega e con il presidente emerito Carlo Azeglio Ciampi in mattinata e quello con i gruppi parlamentari del Pd ci sono più ore di quelle che per tradizione hanno caratterizzato l’intervallo tra i colloqui della mattina e quelli del pomeriggio.

L’incarico, al momento da presumere a Pier Luigi Bersani, potrebbe dunque arrivare venerdì mattina. Ed allora toccherà al segretario del Pd, il candidato premier del centrosinistra che ha otteneuto la maggioranza assoluta alla Camera e relativa al Senato, cercare possibili alleanze o appoggi che consentano la nascita del suo governo.

Un lavoro impegnativo di cui rendere conto, in modo convincente, al presidente della Repubblica, probabilmente ad inizio settimana, dato che il Capo dello Stato domenica sarà in visita a Sant’Anna di Stazzema per commemorare con il suo omologo tedesco la strage nazista che lì si consumò. Ogni previsione sarebbe azzardata.

via Consultazioni al via: anche Grillo al Colle – Italia – l’Unità – notizie online lavoro, recensioni, cinema, musica.

0

Internazionale » Oggi consultazioni al Quirinale

(TMNews) – Si aprono mercoledì alle 10 con il presidente del senato Pietro Grasso le consultazioni del presidente della repubblica, Giorgio Napolitano, per la formazione del nuovo governo. E si chiuderanno il giorno dopo alle 18 con i rappresentanti del Pd.

Pier Luigi Bersani andrà a chiedere un incarico pieno al Quirinale, nonostante alcune voci circolate nelle ultime ore a proposito di un possibile bis del “metodo Grasso”. Lo staff del segretario nega con forza l’ipotesi che il leader Pd vada al Quirinale a proporre un nome diverso dal proprio e, a questo punto, sembra probabile che già giovedì in serata Bersani possa ricevere l’incarico dal presidente della Repubblica.

Incarico, però, non vuol dire nomina, come ripete il costituzionalista ed ex senatore Pd Stefano Ceccanti. La vulgata di Montecitorio assicura che il Colle non intende fare salti nel buio e chiederà a Bersani di presentare numeri certi prima della nomina vera e propria a presidente del consiglio. Numeri che al momento non si vedono, poiché il Movimento 5 stelle continua a dire no e Lega e Pdl si muovono in coppia.

Per questo, qualcuno nel Pd comincia sul serio a pensare di poter applicare il “metodo Grasso”, ovvero proporre per l’incarico un nome non di partito, in modo da cercare di attrarre i grillini come’è successo per il presidente del senato.

Bersani, in realtà, è determinato a provarci. Il segretario si farà forte dei numeri alla camera e metterà sul tavolo i suoi ‘”otto punti” di cambiamento, oltre a una squadra di governo scelta con quel metodo, ovvero quello dei presidenti delcCamere, come ha già detto. Si tratta di vedere se tutto questo basterà.

M5s dice che “Bersani non lo votiamo nemmeno se dovesse camminare sui ceci”, per ora dal centrodestra non arrivano segnali incoraggianti. Il leader Pd è certamente disposto a scegliere un nome per il Quirinale che sia gradito anche al Pdl e alla Lega, magari Giuliano Amato o lo stesso Pietro Grasso, ma di sicuro non voterà un esponente di centrodestra.

Per questo c’è chi sta pensando a cosa fare se i famosi numeri non dovessero esserci: la linea del segretario, finora, è stata netta, l’obiettivo è andare comunque in aula a verificare se la fiducia c’è o no. Una mossa che permetterebbe a Bersani di tornare a elezioni anticipate da premier, sia pure senza fiducia.

Questo scenario, però, contrasta con la contrarietà di Napolitano che, secondo quanto sostengono diverse fonti parlamentari, vuole che Bersani gli porti garanzie sui voti, prima di nominarlo ufficialmente. Una situazione che rischia di produrre un braccio di ferro tra il Quirinale e il leader Pd, a meno che non venga preso in considerazione un piano B.

Schema a cui pensano non solo tutti gli ex Margherita del Pd e anche Walter Veltroni, ma persino frange bersaniane o comunque della sinistra del partito. Lo stesso Nichi Vendola, secondo alcune voci di Sel, starebbe suggerendo a Bersani di prendere in considerazione il metodo Grasso, se si dovesse constatare che i numeri non ci sono, perché l’idea di tornare al voto non piacerebbe nemmeno al governatore della Puglia.

Ragionamenti che per ora Bersani ascolta senza cambiare idea, ma che sono sempre più frequenti.

via Internazionale » Oggi consultazioni al Quirinale.

1

Il Portaborse – Se Amato dice: “c’è molto da fare”, si riferisce al prelievo forzoso sui conti che si sta per fare a Cipro?

Ma guardate voi che coincidenza. Ma vi sembra possibile che proprio nel giorno in cui il Parlamento cipriota voterà per un prelievo forzoso sui conti correnti, torni a parlare un esponente di spicco della politica italiana che sull’argomento ha un certa dimestichezza. Erano giorni che non si leggevano sue dichiarazioni o non lo si sentiva dibattere su questo o quell’argomento. Poi stamattina, poco dopo le dieci, l’Ansa batte la notizia: “ GOVERNO. AMATO: NE SERVE UNO, C’E’ MOLTO DA FARE IL PAESE NE HA BISOGNO”. Che bello. Anche uno dei candidati più “papabili” a prendere il posto di Giorgio Napolitano al Colle, si sta preoccupando per le sorti del Paese. Poi rileggo le sue parole e mi viene un dubbio. Vuoi che dietro quel “Un governo non guasterebbe, con tutte le cose che ci sono da fare”, si riferisse a quello che oggi si sta accingendo a fare Cipro e che lui stesso fece in Italia la notte tra il 9 e il 10 luglio di 21 anni fa?. Un dubbio che mi ha portato a cercare di capire che cosa sta accadendo nell’isola del Mediterraneo dove, proprio oggi pomeriggio, il Parlamento (56 deputati) e’ stato convocato per esprimersi sul prelievo forzoso sui conti correnti e sui depositi nelle banche dell’isola richiesto dell’Ue in cambio di un piano di salvataggio da 10 miliardi di euro. La proposta dei ministri delle Finanze dell’eurozona – che prevede un’imposta del 9,9% sui depositi di oltre 100.000 euro e del 6,75% per quelli di importo inferiore – ha provocato la rabbia dei correntisti ciprioti e degli stranieri qui residenti anche perché e la prima volta che, per salvare l’economia di un Paese, vengono toccati i risparmi dei suoi cittadini. E così, mentre ieri la gente inferocita ha praticamente svuotato gli sportelli automatici delle banche per garantirsi un minimo di contante in vista di giornate molto incerte, mi sono chiesto cosa accadrebbe oggi se la stessa cosa accadesse in Italia. E, le parole di Giuliano Amato, di certo non mi hanno fatto desistere dall’idea che in Italia potrebbe ripetersi quella scena accaduta nel lontano 1992 quando proprio lui, che all’ epoca era Presidente del Consiglio, prelevò il sei per mille da tutti i depositi bancari. L’autorizzazione arrivò tramite un decreto legge di emergenza emanato addirittura il giorno dopo: l’11 luglio.

Era un momento di crisi, la lira era aggredita dalla speculazione, i mercati si accanivano e bisognava fare qualcosa.

Quel qualcosa venne tradotto in un decreto intriso di misure tra le più disparate. Aumento dell’età pensionabile, patrimoniale sulle imprese, “minimum tax”, ticket sanitari, tassa sul medico di famiglia, imposta straordinaria sugli immobili pari al 3 per mille della rendita catastale rivalutata. Il prelievo sui conti correnti, in assoluto la più impopolare tra le manovre contenute nel decreto, portò alle casse dello Stato 11.500 miliardi di lire e oggi, un po’ di soldini nelle casse dello Stato farebbero sicuramente gola al prossimo governo. Logicamente sempre a patto che “qualcuno” riesca a farlo questo governo!

via Il Portaborse – Se Amato dice: “c’è molto da fare”, si riferisce al prelievo forzoso sui conti che si sta per fare a Cipro?.

0

La Stampa – Conte, la pagliuzza e la trave di MARCO ANSALDO

MARCO ANSALDO

Antonio Conte non riscuote simpatia fuori dal recinto juventino, che comunque è vasto abbastanza da garantirgli una buona scorta di amici, ammesso che gli interessi averne. È un tipo diretto. Ed è un allenatore ultrà: tutti i suoi colleghi difendono il proprio lavoro e la squadra andando oltre l’evidenza di quanto è successo nella partita, lui ci aggiunge il carico di essere davvero juventino dentro, per cui vive e rimugina il tutto da tifoso.

 

Di Conte ammiriamo moltissimo il lavoro che ha cambiato la Juve e un po’ il calcio italiano ma spesso non ne condividiamo le posizioni in contrasto con l’uomo persino spiritoso che sa essere quando non parla di calcio. Ma la diffusa antipatia che riscuote non è una buona ragione per fare le pulci a tutto quanto dice e fa.

 

Le polemiche per il suo comportamento di Bologna suonano fuorvianti e speciose. Stupisce che ci sia caduto un uomo intelligente e di buon senso come Pioli. Alzare le braccia verso il proprio pubblico e invitarlo a festeggiare un successo sacrosanto e quasi sicuramente decisivo per lo scudetto non significa irridere gli avversari. Significa vedere che si concretizzano i frutti del proprio lavoro, e anche della propria sofferenza, e dare sfogo alla gioia. C’è chi la tiene dentro e chi la esterna. Come c’è chi controlla la rabbia e chi la esibisce istintivamente: Mondonico non ebbe una reazione di britannico fairplay quando alzò la sedia ad Amsterdam ma quel gesto dettato dal cuore rimase il simbolo di una ribellione alla sfortuna e ai torti. È che siamo diventati un Paese con mille motivi serissimi per indignarsi ma scegliamo i più frivoli e apparenti. Se il rimprovero è che Conte, con le sue braccia alzate, aizza le folle, ci spiegassero perché a Bologna come a Napoli, il pullman della Juve (ma poteva essere di altre squadre, se avessero gli stessi risultati) è stato assaltato da gente arrivata allo stadio aizzata di suo.

 

Parliamo della pagliuzza e non ci preoccupiamo della trave. Ad esempio non ci chiediamo come sia possibile che ad ogni partita ci sia un costoso spiegamento di forze come nel finale di «Blues Brothers», con tutti i corpi dello Stato rappresentati, dai vigili urbani alla polizia penitenziaria, eppure non si riesca a tutelare il passaggio di un pullman dal lancio di pietre o di uova che potrebbero essere pietre. Visto che ormai le società sono oggettivamente responsabili soltanto di quanto accade all’interno dello stadio mentre il resto compete alle forze dell’ordine, finisce che nessuno paga: non più il club mallevato dalla responsabilità, non i tifosi che la fanno franca. E poi il problema è l’esultanza di un allenatore antipatico a molti.

via La Stampa – Conte, la pagliuzza e la trave.

0

Il piccolo principe del 18 marzo 2013 di Pierluigi Diaco – [ Il Foglio.it › Il piccolo principe ]

Ripassi spirituali. “Fai attenzione a come pensi e a come parli, perché può trasformarsi nella profezia della tua vita”, diceva san Francesco. Quindi, se Benedetto XVI si restituisce come un atleta di Dio e Papa Francesco comincia la sua corsa da ginnasta del popolo, il Pd, da come pensa e da come parla, appare consegnarsi al paese come una gioiosa macchina di errori.

di Pierluigi Diaco

via Il piccolo principe del 18 marzo 2013 – [ Il Foglio.it › Il piccolo principe ].

0

Intervista a Ilvo Diamanti: «Il Nordest? E’ il Sud della Baviera. E non ci serve più» | Mappe

DI ELEONORA VALLIN

«C’è chi sospetta (accusa?) – me e Giorgio – di essere stati gli inventori di questa entità. Il Nordest. Insieme a Gian Antonio Stella, che però è, per così dire, arrivato dopo. E ha contribuito a riverberare il mito, ad affermarlo. Tuttavia la doppia paternità del Nordest, attribuita a me e a Lago, è inesatta. Perché il Nordest, come ideologia, come definizione sociale e politica consapevole, è una costruzione interamente sua».

Era il 2006 quando Ilvo Diamanti scriveva queste righe, a un anno dalla scomparsa di Lago, in appendice al volume «Il facchino del Nordest». Ed è così che descriveva il Nordest: «Un’area definita in modo unitario, in base allo specifico socio-economico e culturale». «Il Nordest – scriveva – è a Nord di Roma e del Mezzogiorno, a Est di Torino. Territorio senza capitali, senza grandi metropoli, dove il tessuto di imprese è fitto. Lontano dallo Stato, diffidente nei confronti del ‘pubblico’. Un territorio che coltiva i valori del lavoro, del risparmio. Una società proiettata oltre i confini».

Oggi, a sette anni da quello scritto, il sociologo cambia prospettiva. «Siamo oramai in un mondo a geometria variabile – afferma oggi Diamanti -. E il rischio di queste rappresentazioni, compresa quella che oggi è riassunta nello stesso concetto di Nordest, è di non funzionare più».

Perché?

«Perché si tratta di rappresentazioni che si riferiscono a legami locali strutturati. Il distretto, per esempio, come modello plastico del Nordest inventato da Giorgio Lago e disegnato da me per la Fondazione Agnelli negli anni ’90, si fondava su rapporti e legami di reciprocità territoriale. Ma se oggi affermiamo che i distretti non funzionano più, anche la chiave di lettura territoriale diventa più debole. Questo non vuol dire necessariamente che non esista più l’importanza di questo contesto ma che questa realtà economica va vista e valutata in modo diverso».

Come?

«Pongo io una domanda: è utile adottare ancora la categoria Nordest? Le categorie resistono spesso alle realtà che hanno raffigurato, ma oggi come oggi non sono sicuro che – se andiamo oltre l’economia e prendiamo in considerazione la politica – le interazioni tra Veneto e le altre due aree del Nordest abbiano la stessa funzione strategica del passato. Non stiamo assistendo a una fase in cui c’è una strategia coordinata tra le tre regioni del Nordest. Non mi risulta, anzi mi pare proprio che le policy siano diverse con problemi differenti. Dall’altro lato non so oggi chi sia l’interlocutore. Maroni in Lombardia? Pensiamo al progetto del grande Nord: è funzionale? Non è troppo piccolo? Perché oggi la dimensione territoriale si è sgranata. Le strategie sono globali e sempre meno locali».

Le imprese lo testimoniano ogni giorno.

«Domandiamoci: quali sono i mercati delle imprese venete (e dico venete e non del Nordest)? Dove hanno i poli di produzione e che relazioni hanno tra loro? È questo il nuovo spazio con cui confrontarsi, e non solo dei mercati e delle imprese. Ma la politica non è così perché non è così in Italia. Le imprese francesi hanno sempre ‘dietro’ le agenzie statali che le seguono. Ma gli imprenditori veneti, che sono in Cina, sono soli. Dov’è il Nordest in Cina o in Romania? Non ci sono sistemi o distretti in Romania ci sono singole imprese. Dov’è la camera di commercio veneta, vicentina o padovana in Cina o in India?

C’è un problema di fondo perché quel modello oggi esiste sulla base di un globo. Il territorio è troppo poco, bisogna costruire reti di relazione tra questi soggetti e il mondo. Quello che vedo totalmente deficitario è il rapporto con la politica».

In altre parole non c’è più un contenitore locale per le imprese.

«Il problema del Nordest, anni fa, fu che ? paradossalmente – il suo modello aveva vinto: era diventato un punto di riferimento. Così, il Nordest non aveva più motivo di lamentarsi perché i suoi soggetti politici erano andati al governo e a Roma. Insomma: non c’era più motivo di alzare la voce.  Ma nell’ultimo anno è stato diverso, la crisi ha colpito duro anche qui e i politici scelti non si sono rivelati così brillanti come si credeva. È però vero anche che il governo tecnico Monti che non aveva rappresentanza di territorio, era tutto bocconiano: non ho visto tecnici da Ca’ Foscari né di Padova».

Quindi nell’ultimo anno il Nordest è praticamente scomparso. Ma il modello è ancora attuale?

«Le sintesi le lascio ai politici, e questa è una questione complessa che merita un lungo ragionamento. Negli anni Novanta molti hanno usato diverse definizioni, lo stesso Gian Antonio Stella ha sdoganato, pur criticandolo, il mitico Nordest. Ma allora c’erano delle evidenze: c’era la Lega che ha impresso il suo malessere in quest’area rendendo evidente il conflitto con Roma capitale. E c’erano gli imprenditori, piccoli medi e grandi, che hanno dato visibilità a un modello basato sui distretti e sui sistemi locali. E non fu un caso che siano stati proprio gli imprenditori, di due associazioni come Vicenza e Treviso, con le rispettive Camere di commercio, a mettere in piedi la Fondazione Nord Est».

Continua a leggere:  «Il Nordest? E’ il Sud della Baviera. E non ci serve più» | Mappe.

0

Investimenti, bonus da 7,5 miliardiInvestimenti, a disposizione un bonus da almeno 7,5 miliardi – Il Sole 24 ORE. di Dino Pesole

di Dino Pesole

Il varco è tracciato. Ora si tratta di definire nei dettagli con la Commissione europea il percorso. E il primo passaggio sarà l’inserimento nel prossimo Programma nazionale di riforma, da inviare a Bruxelles entro metà aprile, del piano diretto a liberare «investimenti pubblici produttivi» per almeno 7-7,5 miliardi l’anno e dell’annosa questione del pagamento dei debiti della pubblica amministrazione con le imprese.

Il meccanismo, che fa leva sull’apertura (sia pure ancora solo abbozzata) emersa nel corso del vertice europeo di giovedì e venerdì scorso e sulla chiara presa di posizione di Angela Merkel («è giusto che l’Italia abbia margini per gli investimenti») punta a sfruttare i margini di flessibilità già presenti nel Patto di stabilità, e che ora i paesi con deficit strutturale vicino allo zero e comunque con deficit nominale al di sotto del 3% del Pil (dunque il nostro Paese) potrebbero far valere.

Dossier che il governo Monti ha cominciato a istruire. E qui subentra la non secondaria variabile politica. Nel caso in cui, per l’oggettiva impossibilità a formare in tempi brevi un nuovo governo, dovesse per questo prolungarsi l’orizzonte temporale dell’attuale Esecutivo(ancorché in carica per i soli affari correnti) sarebbe lo stesso governo Monti a inviare a Bruxelles il nuovo “Pnr” e il nuovo «Documento di economia e finanza» ed ad aprire in contemporanea la trattativa con la Commissione europea. Viceversa, il dossier passerebbe nelle mani del prossimo Esecutivo.

«Il vento è cambiato in Europa e per noi è il chiaro riconoscimento dei risultati ottenuti dal governo, in primo luogo sul fronte del risanamento della finanza pubblica», commenta il ministro per gli Affari europei, Enzo Moavero Milanesi, reduce dall’ennesima maratona negoziale a Bruxelles. Se la strada pare spianata, ora si tratta di stabilire con precisione le tipologie di investimenti pubblici produttivi, da valutare con l’opportuna flessibilità dal punto di vista dell’impatto sui conti pubblici.

Vi rientra la quota di cofinanziamento nazionale dei fondi strutturali che potrebbe essere riconosciuta come «investimento produttivo». I margini – spiega Moavero – vanno individuati tra la nozione di deficit nominale e quella di deficit strutturale. Target quest’ultimo che per l’Italia già alla fine del 2013 dovrebbe avvicinarsi allo zero. È qui che sarà possibile “ritagliare” quel margine aggiuntivo di flessibilità, esplicitamente evocato nella lettera che Monti ha consegnato al presidente del Consiglio europeo Herman Van Rompuy. Si parte appunto da una quota pari allo 0,5-0,7% del Pil. Per quel che riguarda i fondi strutturali, poiché la nostra quota di impegno si attesta al momento attorno al 38%, si tratta di lavorare sul restante 60 per cento. Investimenti produttivi in grado di sostenere crescita e occupazione, e dunque un primo embrione di golden rule, da accompagnare a un’iniziativa legata al cofinanziamento nazionale dei nuovi fondi strutturali destinati all’occupazione giovanile.

Il pacchetto si completa con l’annosa questione dei crediti che le imprese e i fornitori vantano nei confronti delle amministrazioni pubbliche, che alla luce delle ultime stime ammontano ad almeno 71 miliardi. La linea del governo è che per quel che riguarda il pregresso la strada sia una sola: questa importante iniezione di liquidità va restituita al sistema produttivo in tempi rapidi. Da questo punto di vista, non dovrebbero insorgere obiezioni di sorta quanto alla contabilizzazione, poiché si tratta di oneri che comunque equivalgono a debito pubblico già nominalmente iscritto in bilancio, sul quale non scatta la tagliola del «Fiscal compact», molto più severo al contrario sul fronte del deficit. Quanto ai nuovi crediti commerciali della Pa, i termini di pagamento sono fissati in trenta giorni dalla direttiva europea recepita nel nostro ordinamento lo scorso novembre. «Si tratterebbe di un’importante boccata d’ossigeno per nostro sistema produttivo», commenta Moavero che vede finalmente all’orizzonte, dopo la stagione vissuta all’insegna del rigorismo obbligato ma a senso unico, spiragli oggettivi per politiche attive in grado di stimolare crescita e occupazione. «Lo sforzo compiuto da tutti i cittadini italiani potrà ottenere ora un riconoscimento concreto», se si vuole anche a prescindere dal governo o dalla maggioranza parlamentare che se ne assumesse il merito. «Non abbiamo chiesto più tempo nel rientro dal deficit, ma maggiori margini di azione».

via Investimenti, bonus da 7,5 miliardiInvestimenti, a disposizione un bonus da almeno 7,5 miliardi – Il Sole 24 ORE.

0

Il Portaborse – E se Bersani lanciasse un premier vicino ai grillini?

A questo punto è chiaro che il metodo Bersani funziona. Oddio, non esageriamo. Funziona è troppo. Diciamo che ha qualche chance di funzionare. L’idea di candidare Laura Boldrini alla presidenza della Camera (sebbene abbia avuto 13 voti di meno della sua coalizione) e Piero Grasso a quella del Senato (che ha ottenuto 12 voti in più dei partiti che l’hanno lanciato) ha messo in difficoltà il Movimento 5 Stelle, confermando così che la politica non è solo gridare “vaffaculo” ma scegliere, decidere, prendere decisioni alle volte anche dolorose.

Grillo sta scoprendo ora l’amara sorpresa di quanto sia più complicata la politica, fatta irrimediabilmente di mediazioni e compromessi che non necessariamente sono al ribasso.

Ora Bersani sta valutando seriamente l’ipotesi di proseguire su questa strada o irrigidirsi. Di sicuro da ieri è tornato a dare le carte e tutti devono attendere una sua mossa. La prossima.

Mercoledì iniziano le consultazioni al Quirinale e il Pd deve scegliere se insistere con Bersani o con il metodo Bersani. Se proporre insomma come premier il segretario del Pd o magari lanciare in pista un altro nome tipo Boldrini o Grasso. Per esempio se decida di candidare a palazzo Chigi Stefano Rodotà con l’obiettivo di un governo che tiri dentro don Luigi Ciotti e Roberto Saviano, per esempio. O magari qualche economista vicino a Grillo, tipo Mauro Gallegati, per il dicastero di via XX settembre.

Oppure potrebbe proporre tutti ministri Pd di alto profilo nei posti chiave e ai grillini tutti i dicasteri senza portafoglio.

Sto lanciando dei nomi tanto per intenderci. Però lo schema potrebbe essere quello. Vediamo.

via  Il Portaborse – E se Bersani lanciasse un premier vicino ai grillini?.

0

Internazionale » Opinioni » Grossista della blogger cubana Yoani Sánchez

 

di Yoani Sánchez

Caramelle, dolcetti, barrette di cocco coperte di zucchero: c’è questo e altro ancora in un piccolo bar vicino alla fermata dell’autobus. Ci sono giornate in cui si vende molto e altre quasi niente. La difficoltà principale, però, non è vendere i dolci, ma comprare la materia prima per prepararli. In mancanza di un mercato all’ingrosso, per anni la proprietaria del bar ha comprato ogni ingrediente al dettaglio. E nel mercato informale ha comprato la farina, gli sciroppi e la carta per avvolgere i prodotti prima di darli ai clienti. Senza questa gestione illegale, la sua attività avrebbe chiuso da un pezzo. Ecco perché qualche giorno fa ha accolto con gioia la notizia dell’apertura di un mercato all’ingrosso per i lavoratori autonomi. Una nuova risoluzione firmata a febbraio prevede la creazione di un’azienda statale che offrirà prodotti e servizi al settore privato. A metà di quest’anno sarà possibile accedere ad alimenti, strumenti contabili e immobiliari con dei costi pensati per i lavoratori autonomi. Se tutto andrà come dice la legge, l’apertura del mercato all’ingrosso ridurrà l’importazione illegale di merci e le reti illegali di vendita. Per anni le cosiddette mulas hanno portato sull’isola vestiti e cibo soprattutto dagli Stati Uniti e dall’Ecuador. Il contrabbando ha sostenuto bar, ristoranti e attività private. Il governo vuole rimettere le mani su questi flussi di denaro. Ma la misura arriva in ritardo, e l’economia sommersa è diventata così forte che sarà difficile contrastarla.

Traduzione di Francesca Rossetti Internazionale, numero 991, 15 marzo 2013

via Internazionale » Opinioni » Grossista.

0

SIRACUSA – I “SALVATORI” ARETUSEI: GIANNI, GENNUSO, VINCIULLO E ALTRI PER BATTERE L’EFFETTO GRILLO. di Gregorio Valvo | Quotidiano LaNota7.it

Gregorio Valvo Siracusa, 15 marzo 2013 –

I “salvatori” di Siracusa  potrebbero venir fuori in questi giorni, se riusciranno a stringersi a… coorte.  Stanno discutendo sul come  attuare una strategia di raggruppamento in grado di superare le difficoltà della nuova politica dello sfascismo a più non posso. Hanno un nome e un cognome e alle spalle un esercito virtuale di elettori. Pippo Gianni, Pippo Gennuso, Enzo Vinciullo. I cosiddetti bene informati dicono che questi tre possiedono ancora capacità organizzative da mettere in campo a favore di un candidato sindaco capace di andare al ballottaggio contro chiunque. Vinciullo in modo particolare possiede delle ottime e riconosciute capacità organizzative nella città di Siracusa pur militando ancora nell’anemico Pdl. Il gruppo dei “salvatori” avrebbe intenzione di chiedere al deputato Enzo Vinciullo di scendere in campo, con le sue due liste civiche pronte, e provare a vincere la competizione che, secondo alcune prospettive, potrebbe essere assegnata a un tale Marco Ortisi riferimento siracusano di Beppe Grillo. E poi è risaputo che l’unico in grado di rinunciare all’Ars per il Vermexio è proprio l’ex vicesindaco di Bufardeci. I tre big starebbero, però, ancora discutendo sui particolari dell’operazione che dovrebbe essere partecipata anche da altri riferimenti elettorali per i cittadini siracusani. Addirittura non si può escludere la partecipazione del Pdl che da solo non avrebbe possibilità di successo. Anche perché è improbabile che Berlusconi possa impegnarsi a far campagna elettorale a Siracusa. Da tenere conto che la frammentazione dei partiti in tante liste è il fenomeno temuto in questa tornata elettorale per le amministrative. L’alleanza dei “salvatori di Siracusa” dovrebbe sostituire quel che fu nel 2008 la coalizione del centrodestra, però spogliandosi dai simboli di partito. Infatti, ormai non c’è più quel concentrato di centrodestra che aveva trainato tutti i candidati indicati, anche, quello di sindaco di Siracusa. Senza quel centrodestra che decideva a tavolino anche come far respirare l’elettorato siracusano, come non ricordarlo, non ci sarebbe mai stato un sindaco chiamato Visentin. I realizzatori di quel misfatto politico, infatti, non hanno più molte certezze, o credenze, a parte Dio.  Vivono confusamente la politica di nuovo tipo, quasi da terza Repubblica, che si respira per i troppi cambiamenti che si sono registrati tra il voto per le regionali e le nazionali. Avvertono il timore, che si respira in città, di un sindaco grillino al Vermexio.  Un evento possibile che molti “tradizionalisti” esorcizzano. Il centrodestra capisce di non avere più molte frecce nella faretra per far vincere un proprio candidato e si contenterebbero, come caso limite, della vittoria di un sindaco di sinistra, capace di parlare un linguaggio… conosciuto.  Per la politica convenzionale vede in un sindaco del Movimento 5 Stelle “ certamente uno sconosciuto che non capisce niente della politica e di come si amministra”. Non pensa minimamente che forse anche a Siracusa la gente comune vuole che si sciolgano i legami con quel tipo di politica della carota appesa davanti alla testa dell’asino. Ma, non abbiamo certezza che questo sia voluto dalla maggioranza dei siracusani, ecco perché i “salvatori” potrebbero avere successo.

via SIRACUSA – I SALVATORI ARETUSEI: GIANNI, GENNUSO, VINCIULLO E ALTRI PER BATTERE L’EFFETTO GRILLO. | Quotidiano LaNota7.it.

0

I figli di Grillo e… di Cesare Buquicchio | Com.Unità.

CesareBuquicchioLe analisi sul voto del 24 e 25 febbraio in molti casi sono sorprendenti in modo inversamente proporzionale alla sorpresa degli stessi commentatori rispetto al risultato uscito dalle urne. Più i commentatori sono stati spiazzati da Grillo, più hanno cominciato a macinare triti luoghi comuni sulle dinamiche politiche del web, sul livello alto e/o basso di molte discussioni on line, sulla contrapposizione tra partito liquido e partito ‘radicato’, sulla necessità di apparati comunicativi efficaci in luogo di programmi affidabili e/o appetibili, ecc… Discorsi che, con alcune brillanti eccezioni, appaiono riedizioni di precedenti riflessioni (LINK – http://goo.gl/K1bHg) e/o riadattamenti di analisi buone per (quasi) tutte le stagioni.

Non originalissima, ma degna di nota (forse solo per le inclinazioni di chi scrive LINK –http://goo.gl/WB8mY) è quella dello psicoanalista Massimo Recalcati centrata intorno al tema della trasmissione della eredità, del conflitto edipico padre-figlio, della idiosincrasia di molte delle figure politiche di spicco italiane (Grillo compreso) verso l’idea della serietà, della responsabilità, del passaggio di testimone collaborativo e virtuoso dalla propria generazione alla generazione successiva (LINK – http://goo.gl/n00nz).

COME SI VESTE GRILLO

Una lettura della politica, e soprattutto delle difficoltà della sinistra non solo italiana, attraverso le lenti di Freud e dell’Edipo da lui codificato e di quelle di Lacan e della necessaria, indispensabile, tensione tra legge e desiderio. Esercizio che riprende molto dell’apparato concettuale che, l’altro lacaniano, Slavoj Žižek, sta applicando in modo geniale e rivelatore da oltre un ventennio alla cultura e alla politica di tutto l’occidente (LINK – http://goo.gl/vAUXZ).

“Ma che padre è quello che si manifesta attraverso l’insulto? – scrive Recalcati a proposito di Grillo -. Si tratta di un padre che non ricalca più in alcun modo il modello edipico del Padre come simbolo della Legge. Si tratta di un padre-adolescente, di un padre-ragazzo, che parla, si esprime e si veste come fanno ì suoi figli. Si tratta di un padre che rivela sintomaticamente quella alterazione profonda della differenza generazionale che è una grande tema, anche psicopatologico, del nostro tempo. Nondimeno questo padre che si maschera con gli abiti dei figli è un padre che non vuole rinunciare ad esercitare il suo diritto assoluto di proprietà sui suoi figli. Si provi a mettere questo padre di fronte alla critica o al dissenso e si vedrà in che cosa consiste la sua pasta. Dietro ogni leader totalitario che reclamala democrazia si cela una insofferenza congenita verso il tempo lungo della mediazione che la pratica della democrazia impone”.

La stessa “sintomatologia” si poteva rintracciare in passate infatuazioni elettorali per il Berlusconi-Dorian Gray, l’eterno 35enne, ineluttabilmente giovane e in cerca di ragazze da rimorchiare. O nel goffo Monti degli wow e delle faccette su Twitter. Così goffo da far colpo, alla fine dei conti, solo su Casini, Fini e pochi altri.

BERSANI E LA PARANOIA

Diverso e più difficile da inquadrare in questi schemi il percorso di Bersani. Si potrebbe anche qui forzare un po’ sulla lettura lacaniana e incasellare tutto nei tre registri del reale (Bersani), dell’immaginario (Berlusconi) e del simbolico (Grillo). Non è un caso che il leader Pd abbia scelto il piano del realismo (tra gli intellettuali a lui vicini c’è il filosofo Maurizio Ferraris teorico del ‘nuovo realismo’), il ‘non raccontar favole’ (stilema decisamente discutibile per chi conosce il valore morale e culturale di raccontare favole LINK – http://goo.gl/TNgTL) in una campagna elettorale in cui promesse e ammiccamenti all’elettorato sono elementi costitutivi, il tono basso e senza eccessi verbali, il concedersi poco al chiacchiericcio televisivo. Insomma, tutto all’apparenza corretto, tutto meditato e serio, tutto teso a marcare una discontinuità con i più deteriori tic politici… E invece?

Lacan risponderebbe che il reale senza elaborazione simbolica è pura paranoia, ma qui stiamo davvero mistificando. I dirigenti democratici affermano, come sempre, che sono gli italiani a non aver capito il messaggio ‘giusto’ come l’Italia ‘giusta’ che Bersani aveva in serbo per loro. E qui, di fronte a questi consueti eccessi pedagogici e tautologici andrebbe scomodata la illuminante indagine sulla “umiltà del male” firmata dal sociologo barese Franco Cassano. Chissà se prima di scegliere quello slogan e quel profilo elettorale i dirigenti democratici avevano letto le parole di colui che era pur sempre stato scelto come loro capolista in Puglia: proprio il professor Cassano.

“Nella partita contro il bene, il male parte sempre in vantaggio grazie all’antica confidenza con la fragilità dell’uomo. Chi vuole annullare quel vantaggio deve riconoscersi in quella debolezza, invece di presidiare cattedre morali sempre più inascoltate. Senza un’élite competente e coraggiosa la politica muore. Ma questa spinta morale deve sapersi confrontare con la maggioranza degli uomini, misurarsi con la loro imperfezione, deve diventare politica. Come dimostra la figura del Grande Inquisitore, il male è un lucido conoscitore degli uomini e fonda il suo regno sulla capacità di coltivarne le debolezze. E sa adattarsi ai tempi, perché ha imparato a cambiare spalla alle sue armi: una volta esaltava la sottomissione, oggi offre con successo e su tutti i canali dosi crescenti di volgarità ed esibizionismo. Se vogliono far crollare questo potere, i migliori devono smettere di specchiarsi nella loro perfezione. Da sempre i Grandi Inquisitori usano questo sentimento di superiorità per isolarli da tutti gli altri, per ridicolizzarne l’esempio e renderli innocui. Chi spera negli uomini deve inoltrarsi nella zona grigia dove abita la grande maggioranza di essi, e combattere lì, in questo territorio incerto, le strategie del male” si legge nel volume edito da Laterza.

Difficile non associare a queste immagini contrapposte la storia degli ultimi 20 anni e, in sedicesimo, la sfida dell’ultima campagna elettorale. Tra una inverosimile promessa di restituire l’Imu e una altrettanto inverosimile aspettativa di cancellare di colpo l’evasione fiscale in un Paese così malato di allergia alle tasse. Da una parte le evidenti debolezze pubbliche e private di Berlusconi e, dall’altra, la presunta e ostentata superiorità morale delle schiere di antiberslusconiani militanti da salotto. Una corsa al ribasso che in questi anni ha sacrificato ogni sfumatura e qualsiasi piacere dell’analisi e della complessità culturale e politica, ha impedito ogni dialogo e confronto tra le diverse Italie. Un retaggio i cui danni forse solo ora stiamo iniziando a percepire. E di cui, anche i successi grillini, sono figli.

COMUNICARE O ESSERE?

Ma al netto di slogan, manifesti ed eccessi didattici e didascalici, non è quello della comunicazione il rimprovero che si può rivolgere al Bersani degli ultimi mesi. Certo, si potrebbe ragionare (al netto della bontà dei suoi contenuti) sulla idiosincrasia del politico di Bettola verso il discorso assertivo e la sua predilezione per frasi e atteggiamenti che ruotano intorno alla negazione: “Siamo contro le diseguaglianze”, “Non vogliamo aumentare le tasse, ma chi ha di più non può tirarsi indietro”, “Un’ora di lavoro precario non può costare meno di un’ora di lavoro stabile”, ecc… (pregevole, in proposito, l’analisi fatta anni or sono dal collettivo letterario Wu Ming LINK – http://goo.gl/C8r9B. O, altrettanto efficace e persino più divertente, l’immagine creata dallo scrittore Paolo Nori per descrivere espressioni e atteggiamenti di Bersani: l’uomo del “non me lo lascian fare…” LINK –http://goo.gl/G2cqL). Allo stesso modo non si può non rimproverare l’approccio troppo dimesso al discorso conclusivo della campagna elettorale fatto all’Ambra Jovinelli il 22 febbraio (tralasciamo il confronto sulla location, con la concomitante Piazza San Giovanni gremita dai Cinque Stelle…). Alla prima frase di un discorso che dovrebbe restare nella storia (se non altro personale), Bersani dice “non facciamo retorica, parliamo di sostanza” (ma non è forse il discorso conclusivo della campagna elettorale del candidato favorito a fare il premier il momento più idoneo per un po’ di retorica, rhetoriké téchne o arte del parlar bene?). Alla seconda frase del discorso che dovrebbe dare energia e motivazioni all’elettorato, smuovere gli ultimi indecisi, attrarre e convincere i delusi, Bersani, con tono sofferente, dice “ho girato per la terza volta in pochi mesi l’Italia, sono piuttosto stanco…” (il video del discorso LINK – http://goo.gl/J0YV2).

Ma forse più della comunicazione, sono i limiti strategici della visione di fondo tratteggiata dal leader Pd ad aver costruito la clamorosa “non vittoria” elettorale. L’ambiguità tra una immagine di sinistra che punta tutto sul lavoro e sulle fasce deboli della popolazione e un profilo tutto teso a rassicurare i mercati e le cancellerie europee (non è un caso se la proposta del reddito di cittadinanza, storico copyright della sinistra sia apparsa sorprendentemente più credibile nella versione avanzata da Grillo). Un legame tradizionale con il ceto impiegatizio, statale e parastatale, che in questa crisi per ora è rimasto al riparo dagli smottamenti economici, reso fragile dalla continua criminalizzazione di viene considerato “benestante”. In simmetria, uno svilimento dei concetti di merito e di tensione individuale al miglioramento, che hanno demotivato chi fatica ogni giorno per far bene il proprio lavoro e per migliorare quello che ha intorno (LINK – http://goo.gl/O2jHV).

Infine, è difficile, immaginare come gli elettori avrebbero potuto esercitarsi nel tenere insieme la severa critica a Monti e al “rigore” dei suoi provvedimenti economici con un gioco che puntava tutte le fiches democratiche su un buon risultato del professore per far da stampella con i suoi senatori al governo Bersani.

E ORA?

E ora tocca all’autocoscienza. Il Pd ha iniziato, con la riunione della direzione del 6 marzo, replicata in piccolo nell’incontro dei nuovi parlamentari dell’11 marzo, il consueto e strabondante flusso dialettico di analisi e disamine. Così ricco e variegato da contenere in sé spesso tutto e il contrario di tutto: dal dovevamo essere più a sinistra al dovevamo fare l’alleanza con Monti prima e non dopo le elezioni (strategia quest’ultima che viene già sposata con – forse prematuro – entusiasmo se si dovrà andare a votare nei prossimi mesi).

Una settimana dopo le elezioni anche al Teatro Valle Occupato si è svolta una “seduta” di analisi elettorale. Per l’occasione Christian Raimo e gli altri organizzatori l’avevano battezzata “Tribuna Politica”. Elemento interessante di questo nuovo disordinato e spesso contraddittorio flusso di parole, è stato il manifestarsi in una delle enclavi del pensiero critico e di sinistra (rispetto al Pd) di numerose dichiarazioni di voto al Movimento Cinque Stelle. “Ho votato Sel alla Camera e M5S al Senato. Per la prima volta in vita mia posso dire di aver vinto, abbiamo fermato l’armata neoliberista Pd-Monti” diceva un intellò cinquantenne in risposta ad un ragazzo che aveva appena rintracciato nel lessico grillesco pericolosi segni del populismo secondo Laclau. “I Cinque Stelle sono sempre stati al nostro fianco contro la Tav e per i referendum sull’acqua pubblica, per me era il voto più coerente” diceva invece uno degli okkupanti del teatro. Tra loro anche un organico al Movimento Cinque Stelle, capace per un attimo di spostare il punto di vista della discussione da Grillo Beppe, di cui pur riconosceva le ambiguità, alla realtà di un movimento che da anni aggrega migliaia di persone e ne incanala sforzi e attività, dalle raccolte firme al “presidio” in piccoli e grandi consigli comunali per “osservare” il lavoro dei politici.

È SEMPRE UNA QUESTIONE DI PADRI E DI FIGLI

A mio avviso sta tutta qui, nella distanza e nel contrasto tra il dire (di Grillo) e il fare (dei Cinque Stelle) l’unica reale speranza per uno sbocco sensato e “adulto” dello stallo italiano. Ma guardando anche alla soffocante immanenza di Berlusconi su ogni evoluzione della destra italiana e al solo abbozzato confronto nella sinistra tra un passato mitico e un futuro che non sia solo svendita di sé stessi ai tempi che corrono, resta di fronte a noi l’ennesima riedizione della quanto mai possibile lotta tra il padre (padrone) mai affrancatosi dalla sua adolescenza e i suoi figli consapevoli del peso della responsabilità che in ogni caso (anche solo anagraficamente) finirà per gravare sulle loro spalle.

via I figli di Grillo e… di Cesare Buquicchio | Com.Unità.

0

L’associazione “Genio Archimedeo” organizza il 14 Marzo il PI Greco Day a Siracusa

280_0_2790972_76194Siracusa, 11 marzo ’13 – Un PI Greco Day  speciale e con dedica. È quello presentato questa mattina, a Villa Reimann, dall’Associazione socio-culturale “Genio Archimedeo” presieduta da Cettina Pipitone Voza.

Giovedì prossimo, 14 marzo, come avviene in tutto il mondo, anche Siracusa celebrerà Archimede attraverso il 3.14 ovvero il PI Greco.

“Lo dedicheremo, innanzitutto, a Città della Scienza di Napoli – ha esordito la presidente Voza – Vogliamo confermare la nostra solidarietà e vicinanza ad una struttura patrimonio della cultura e della scienza nazionale.”

L’edizione 2013 del PI Greco Day è stata realizzata con la collaborazione dell’Autorità Portuale di Augusta, Confindustria Siracusa e Confesercenti Siracusa.

“La Strada di PI – ha aggiunto la presidente, mediando il titolo del celebre e recente film – ricorderà il PI Greco con dei totem che riportano la celebre frase di Archimede, “datemi un punto di appoggio e vi solleverò il mondo”, trasposta in cinese dall’artista Li Tian-Bing. Abbiamo voluto, così, gettare un ponte ideale tra queste due culture millenarie, ipotizzando anche degli scambi culturali tra le scuole.”

I totem, grazie proprio all’apporto di Confesercenti, verranno esposti nelle vetrine dei negozi di corso Matteotti e di altre vie della città. Alle 11, nella sala conferenze dell’Arkimedeion di piazza Archimede, una conversazione sulle mura dionigiane e le possibili attinenze con la Grande Muraglia cinese.

“Vogliamo farlo attraverso gli studi effettuati fino ad oggi – ha aggiunto Cettina Voza – e insieme a Giacinto Taibi, facoltà di Architettura dell’università di Catania, e Giancarlo Germanà, archeologo professore di Storia dell’Arte presso l’Accademia delle Belle Arti di Catania, proveremo a raccontare queste due imponenti opere difensive.”

Grande attenzione, anche, per il mondo della scuola. Lo stesso istituto comprensivo “Paolo Orsi”, rappresentato questa mattina dal dirigente Giambattista Totis, ha confermato la vicinanza al progetto e le attività che si spenderanno nel nome di Archimede.

Sara Frascarelli, in rappresentanza dell’Arkimedion, ha rinnovato lo spirito della struttura di Ortigia che intende diventare uno dei luoghi simbolo per la città.

Li Tian-Bing, 39 anni, ha cominciato a dipingere nei primi anni 2000. Da alcuni anni ha aperto un atelier a Parigi e le sue opere sono già arrivate in numerose, ed importanti, collezioni private e non solo.

0

La Stampa – “Solo inutili stage e lavori in nero Ecco perché ci siamo arresi”

L’odissea di Vittoria e Nicola: nessuno ascolta più i giovani

NICCOLÒ ZANCAN

TORINO

Stanno seduti su due piloni gialli spartitraffico, davanti all’ingresso di un grande centro commerciale. Vicini. In silenzio. Non sembrano arrabbiati. Nulla li accende. Se proprio si tratta di esprimere un desiderio per il futuro, qualcosa di futile e grandioso, lui dice: «Un’Alfa Giulietta e un viaggio a Miami». Lei ci pensa tre minuti buoni: «Anche io vorrei un’auto – racconta – ma non ho desideri speciali. Non mi piace illudermi.

 

Vorrei solo un posto da segretaria. Ottocento euro al mese. Magari il sabato sera andare a mangiare la pizza». Per le statistiche dell’Istat, Vittoria e Nicola sono due giovani «Neet» (Not in Education, Employment or Training). Come il 22,7% dei ragazzi e delle ragazze fra i 15 e i 29 anni. Non studiano e non lavorano, impantanati dentro a una palude di sfiducia. A guardarli sotto la luce nera di un temporale, sembrano soprattutto due giovani italiani a cui qualcuno ha cavato la speranza dagli occhi.

 

Rispondono a monosillabi. Gentili, educati. Sono in guerra e lo sanno, ma la combattono da questa strana trincea a bassa intensità emotiva. «Non posso permettermi di esternare troppo – dice lei – mio padre è in cassa integrazione da tre anni. È molto giù, non parla, il che è anche peggio». Unico regalo ricevuto a Natale: 50 euro dalla nonna. Vittoria La Braca, 20 anni, ha studiato contabilità in un istituto tecnico. Ha un solo lavoro da mettere in curriculum: «Tre mesi di stage in un studio legale, organizzati dalla mia scuola». Si alza alle 8 del mattino, accompagna il fratello Simone in classe, va al mercato, cucina con la mamma casalinga e aspetta il pomeriggio. Abita in zona Lingotto, periferia sud. «Con Nicola ci vediamo in un centro commerciale oppure in centro città». Stanno insieme, sono fidanzati. Anche se lo dicono con un’indecifrabile timidezza, che sembra connessa al senso del poi. Loro al momento non hanno un futuro contemplabile. In compenso hanno capelli ben curati, tagliati da amici. Vestiti normali alla moda. In tasca, telefonini comprati scontatissimi su Ebay. Hanno questa storia che li tiene insieme nell’incertezza. Ma nessun piano, se non aspettare: «È colpa del sistema. Nessuno ci ascolta».

 

Nicola Pillo, 23 anni, ha sempre voluto diventare un informatico. È appassionato di computer da quando aveva sei anni: «Ho studiato in un istituto tecnico. Ci so fare: hardware e software. Ho mandato centinaia di curriculum, sono andato a bussare ovunque. Ma niente. Non ho ricevuto neppure una risposta. Ho trovato solo due lavori di altro genere. Un mese e mezzo di pulizie alla Fiat, l’estate di tre anni fa. Poi tre mesi di stage alla Confesercenti nel 2009». Da allora, nulla. Solo piccole cose in nero, del tipo: «Il mio computer si è beccato un virus… Puoi aiutarmi?». Nicola dice di spendere 40 euro alla settimana. «Sigarette più birra media il sabato sera. Ma ai miei non chiedo niente». La sua famiglia è originaria di Foggia. Lui è il più grande di tre figli. Stanno tutti sulle spalle del padre, un poliziotto in pensione. «Papà mi sprona. Dice di provare ancora. Ma io ho un po’ smesso di sperare, lo ammetto. La situazione è troppo deprimente. Certe volte penso che andrò a cercare fortuna in Germania, anche se i miei genitori non sono molto d’accordo».

 

Nicola votava Berlusconi, ma ha scelto Grillo: «Spero che si occupi di lavoro». Vittoria, invece, è andata a votare per la prima volta in vita sua: «Monti. Perché ci ha salvato dal tracollo. Ma ormai non mi interessano più le chiacchiere. L’unica domanda che conta a questo punto é: quanto tempo ancora ci vuole per uscire da questa situazione?». Si difendono dalla crisi come da un temporale. Magari lungo e cattivo. Ma qualcosa di esterno. «Però sappiamo bene che non possiamo andare avanti così in eterno». Se questa notte trovassero 5 mila euro sotto il cuscino, Nicola li metterebbe in banca. Vittoria invece ne darebbe la metà al padre cassaintegrato: «E poi mi aprirei un conto». Eccoli, due «Neet» sotto al diluvio. Non hanno anatemi da lanciare. Neppure cercano consigli. «Un giorno mi piacerebbe avere una famiglia», dice lui. Vittoria lo guarda: «Prima di tutto io voglio un lavoro. Essere autonoma. È da quando ho sei anni che sogno di diventare una segretaria».

 

via La Stampa – “Solo inutili stage e lavori in nero Ecco perché ci siamo arresi”.

0

Esteri. In Francia la destra riparte da una donna per Parigi: Nathalie Kosciusko-Morizet | Barbadillo

di Diletta Maioli Categorie : Esteri

Nel 2014, Parigi eleggerà il nuovo sindaco e l’unica cosa certa, ad oggi, è che sarà una donna. Tutti i maggiori partiti, infatti, stanno candidando le loro donne migliori. La favorita dai sondaggi, al momento, è Anne Hidalgo, vice dell’attuale sindaco socialista Bertrand Delanoe. Ma è da destra che arriva la novità più interessante e, forse, più forte: Nathalie Kosciusko-Morizet o, come la chiamano i francesi, NKM. Nathalie è una delle donne forti dell’UMP, il partito di Francois Sarkozy e, dell’ex presidente, fu Ministro dell’Ambiente e dello Sviluppo. Fu anche il braccio destro di Sarkò nella fallimentare campagna presidenziale per la rielezione.

Nata a Parigi, è forte, determinata e ambiziosa e rifiuta l’etichetta di “aristocratica”. Certo, la sua famiglia ha visto diverse generazioni di sindaci, lei stessa è, ora, sindaco di Longjumeau, cittadina nei pressi di Parigi. E’ molto attenta a certi temi come l’ecologia, la pulizia, il traffico, il costo degli alloggi e le periferie ma è anche convinta che Parigi debba tornare ad attrarre chi ha talento e vuol fare impresa. Un po’ sulle orme di Boris Johnson, sindaco di Londra a cui, forse, si ispira.

E’ la faccia di una destra meno conservatrice, meno tradizionale. Ma NKM non è l’unica donna dell’UMP a candidarsi a sindaco di Parigi. Anzi, la prima ad avanzare la candidatura fu Rachida Dati, anche lei ex Ministro della Giustizia di Sarkòzy. NKM è convinta che “la destra debba ricostruire se stessa” e si sta battendo perché nel suo partito si facciano primarie aperte a tutti gli abitanti di Parigi sostenendo che un confronto con Rachida Dati non sarà un problema bensì un arricchimento per il partito. In tanti pensano a lei come futura candidata alle presidenziali del 2017 ma, a chi glielo chiede, Nathalie risponde che fa politica per passione e non per calcolo. E ora è totalmente concentrata sulla campagna elettorale per Parigi. La destra, in Francia, riparte dalle donne. Sarebbe bello succedesse anche in Italia.

A cura di Diletta Maioli

via Esteri. In Francia la destra riparte da una donna per Parigi: Nathalie Kosciusko-Morizet | Barbadillo.

0

M5S, no alla marcia dal Colosseo al Parlamento. Crimi: non firmate nulla – Il Sole 24 ORE

L’assemblea dei neoeletti ha bocciato a maggioranza, per alzata di mano, l’ipotesi di una “marcia” dei parlamentari a Roma per venerdì prossimo in occasione della prima seduta del nuovo Parlamento. La proposta era stata lanciata ieri dal deputato Stefano Vignaroli. L’incontro, in corso nell’albergo romano Villa Eur-parco dei pini (va avanti da circa cinque ore), ha avuto l’obiettivo di definire gli ultimi dettagli. Assenti Grillo e Casaleggio.

Incontro ancora in corso

I parlamentari del Movimento 5 Stelle hanno fatto il punto sull’agenda politica della settimana che si apre, che segnerà per loro l’esordio assoluto alla Camera e al Senato. All’ordine del giorno della discussione, l’elezione dei presidenti delle Camere e la composizione delle commissioni parlamentari. È possibile che alla fine ci sia una conferenza stampa, trasmessa in streaming sul blog del leader ed ex comico.

Discussione sul taglio delle indennità per i parlamentari

Nella riunione i grillini avrebbero anche discusso di ridurre le indennità dei parlamentari. L’assemblea ha dato mandato ai gruppi per fare una proposta di modifica del codice di comportamento 5 stelle per ridurre anche l’indennità e i rimborsi.

Tutti d’accordo: non più di 2.500 euro netti al mese

«Non ci adeguiamo alla casta»: è il messaggio lanciato da più di un grillino nel corso del dibattito C’é chi ha ricordato che i grillini sono arrivati in Parlamento «dicendo che avremmo preso 2500 euro al mese e invece ora stiamo discutendo se tra rimborsi e tutto il resto prenderne 11mila». Ma c’é chi ha sottolineato: «non bisogna rimetterci di tasca nostra». Una parlamentare siciliana ha raccontato che «in Sicilia hanno fatto un errore e hanno restituito più di quel che dovevano dare e ci hanno rimesso di tasca loro. Nessuno – ha sostenuto – vuole arricchirsi ma nemmeno rimetterci». In più hanno sostenuto che bisogna spendere «quanto é necessario senza vivere però come universitari fuori sede nelle case tutti insieme. Spendiamo quanto é necessario, rendicontiamo tutto e mettiamo tutto in Rete e la Rete controlla». Un altro parlamentare M5S ha aggiunto: «Grillo dice che non vuole a Roma 154 francescani. Noi spendiamo quanto é necessario e rendiamo indietro allo stato 410mila euro al mese, questo é il messaggio che deve passare all’opinione pubblica. Il resto lo spendiamo per fare politica». Tutti d’accordo sul fatto di non dover guadagnare più di 2500 euro netti al mese.

Crimi ai neoeletti: domani non firmate nulla

Il capogruppo in pectore al Senato, Vito Crimi – sempre secondo quanto si apprende – ha dato alcuni consigli ai neoparlamentari che da domani andranno a “registrarsi” in Parlamento. «Domani – ha detto Crimi – vi faranno firmare delle carte, ma voi non é detto che dobbiate firmare tutto. Fate come quando andate a svolgere un lavoro nuovo, prendete tutto ma non firmate subito». Altri neoeletti, intervenendo nel dibattito, hanno ammonito dal dare l’iban.

Movimento in fermento sull’ipotesi di un’alleanza con il Pd

Si è deciso che da mercoledì ci saranno riunioni del M5s alla Camera e al Senato per decidere come e chi votare alle presidenze delle Camere. Quanto all’ipotesi di un referendum tra gli attivisti a 5 stelle per un’alleanza con il Pd, «il Movimento è in fermento da giorni», ha ricordato Ivan Catalano, deputato grillino, rispondendo ai giornalisti prima della riunione dei parlamentari. «Si può fare tutto – ha aggiunto – non ci sono vincoli».

Il bando online per assistenti legislativi

Intanto Grillo ha lanciato un bando online attraverso il suo blog. A.A.A cercasi assistenti legislativi con laurea in materie giuridico – economiche con indirizzo pubblico, una profonda conoscenza del diritto costituzionale e del diritto parlamentare. I cv va inviato all’indirizzo email del movimento.

Crimi: contattato da Pd per presidenza Camere

Intanto il Pd cerca di aprire un dialogo con i grillini. Crimi nel suo profilo facebook scrive: «Operazione trasparenza 1: mi ha contattato ieri un esponente di rilievo del Pd per anticiparmi che lunedì terranno riunione congiunta dei gruppi da cui proporranno i loro nomi per le Presidenze e nei successivi giorni incontreranno i gruppi per comunicarlo e confrontarsi. Tutto ciò che succederà lo saprete». Il portavoce M5S al Senato fa riferimento alla riunione dei gruppi parlamentari del Pd convocata per domani, alle 14:30, al Capranica. All’incontro parteciperà Pier Luigi Bersani. È probabile che verrà affidato a due o più “ambasciatori” il compito di incontrare gli altri gruppi parlamentari.

La proposta Puppato (Pd): un blog per trovare un’intesa

Un blog comune a cui affidare il dialogo tra Partito democratico e Movimento 5 stelle per trovare l’intesa e «una fiducia a tempo, per un anno», non necessariamente sugli otto punti proposti da Bersani, per costruire un governo programmatico. È la proposta lanciata dalla neo senatrice del Pd, Laura Puppato, in un’intervista al Corriere del Veneto.

via M5S, no alla marcia dal Colosseo al Parlamento. Crimi: non firmate nulla – Il Sole 24 ORE.

0

BERLUSCONI: RICOVERATO IN APPARTAMENTO 200 MQ

url-2BERLUSCONI: RICOVERATO IN APPARTAMENTO 200 MQ (ANSA) – MILANO, 10 MAR – Silvio Berlusconi, attualmente ricoverato all’ospedale San Raffaele di Milano per uveite, si trova nel settore D, in un appartamento di 200 metri quadri. Secondo quanto si è appreso da alcune fonti ospedaliere, l’appartamento è dotato di ogni comfort, e offre una sala riunioni con tavolo, sedie e telefono, cucina, stanza per una infermiera privata, cabina armadio e bagno dotato di doccia idromassaggio e vasca ovale, in una stanza sagomata intorno alla vasca. L’appartamento si trova in uno dei settori dedicato ai pazienti solventi. (ANSA). Y85-BAB/LP 10-MAR-13 14:01 NNN

0

Benvenuti in Danimarca, il paese dei sogni di Gabriele Catania | Linkiesta.it

Consoliamoci: il paradiso c’è. La Danimarca è seconda al mondo per equa distribuzione del reddito. 

Può sembrare incredibile eppure nell’Europa in crisi, a poche ore di volo dall’Italia, c’è un piccolo regno democratico con uno dei popoli più felici del pianeta (o almeno così dicono periodicamente i sondaggi). La corruzione è quasi inesistente, lo spread tra i suoi titoli sovrani e i bund è sotto zero, la disoccupazione tendenzialmente bassa e le imprese sono tassate meno che in Svizzera. La forza-lavoro è flessibile ma ben pagata (e tutelata), si crede anche nell’energia pulita, la banda larga è diffusa e i giovani sono una priorità. Questo regno è la Danimarca. Che con buona pace di Amleto, di marcio non sembra avere molto.

Sono i numeri a dirlo. La Danimarca è seconda al mondo per equa distribuzione del reddito. Terza nell’indice di democrazia. Sesta per qualità dell’ambiente imprenditoriale e capacità tecnologica. Settima per Pil pro capite. Ottava per libertà economica. Decima per creatività economica. Dodicesima per competitività globale. Purtroppo anche la nazione scandinava è stata investita dalla bufera della crisi. Nel 2011, secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale, il suo Pil è cresciuto di appena l’1,5%. Un risultato peggiore di due Paesi nordici altrettanto piccoli come la Norvegia (+1,7%) e la Finlandia (+3,5%).

Tuttavia i danesi continuano ad avere fiducia nel loro Paese, perché alla fine funziona. Lo conferma la Better Life Initiative dell’Ocse: «la Danimarca ottiene risultati eccezionalmente buoni nelle misurazioni del benessere, come dimostra il fatto che è tra i migliori Paesi in un grande numero di voci del Better Life Index». Per l’Ocse i danesi non conoscono rivali quanto a «soddisfazione personale» ed «equilibrio tra vita e lavoro», e ottengono buoni risultati pure in voci importanti come «comunità»: il 97% dei danesi pensa di conoscere qualcuno su cui poter contare nei momenti di bisogno, contro il 94% dei tedeschi e il misero 86% degli italiani (la media Ocse, bisogna sottolinearlo, sfiora il 91%).

«Anche solo girare per Copenaghen rende evidente una sensazione di benessere – racconta con sincerità Lucia Baruzzi, studentessa bolognese ventenne, in trasferta all’Università di Copenaghen – Basta osservare le famiglie, i giovani, le persone insomma. La società danese trasmette una vibrazione positiva, oserei dire». Una società unita, coesa e paritaria, quella danese. Dove tutti si danno del tu, racconta a Linkiesta l’italianista Jacob Giese, ekstern lektor dell’Università di Copenaghen. «Rispetto agli italiani siamo meno formali e gerarchici. La cultura danese ha radici contadine, è all’insegna della stabilità e della democrazia – spiega nel suo eccellente italiano – Per capire la nostra cultura basta confrontare i giornali danesi con quelli italiani. I vostri usano un linguaggio abbastanza elitario, complesso; i giornalisti ricorrono spesso a un mucchio di sinonimi per fare bella figura, e far capire come sono bravi. Noi danesi invece siamo un po’ più piatti, preferiamo passare inosservati. Il che non vuol dire anonimi».

via Benvenuti in Danimarca, il paese dei sogni | Linkiesta.it.

0

Anniversari. Bukowski lo scrittore maledetto e la volata sulla dirittura d’arrivo all’ippodromo | Barbadillo

di Giorgio Ballario Categorie : Ritratti non conformi

Sono già passati diciannove anni dalla morte di Charles Bukowski (9 marzo 1994), ma provate a trovare, nella moltitudine di intellettuali globalizzati che adesso vanno per la maggiore, uno più disinteressato, controcorrente e fuori dal coro di lui. Uno che alla vigilia della Seconda guerra mondiale, mentre negli Usa infuria la propaganda anti-tedesca, all’università frequenta un gruppuscolo filonazista e si pavoneggia con le sue origini crucche. «Distinguevo a fatica Hitler da Ercole e non poteva importarmene di meno. Era soltanto che stare seduti a lezione e sentire tutte le prediche patriottiche su come dovremmo andar lì e fare del nostro meglio, mi vennero a noia. Decisi di diventare l’opposizione».

Charles Henry Bukowski era nato in Germania nel 1920, il padre era un militare americano e la mamma una cittadina tedesca e quando lui aveva due anni si trasferirono negli States, prima a Baltimora e nel Maryland, poi a Los Angeles dove trascorrerà tutto il resto della sua esistenza. L.A. resterà uno dei quattro punti cardinali nella vita di Bukowski: gli altri furono le donne, l’alcol e le corse di cavalli, non necessariamente in quest’ordine.

Quando lo troviamo filonazista all’università, con le donne ha ancora scarsa dimestichezza, anche per colpa di un’acne molto estesa che gli rovinò del tutto l’adolescenza. In compenso con alcol e ippodromi ha già una certa familiarità. Aveva cominciato a bere all’età di 14 anni, per sfuggire alla violenza domestica, alla timidezza, alle prese in giro dei compagni di scuola per le sue origini tedesche. Nello studio non brilla, ma in compenso manifesta fin da ragazzo un’attrazione fatale per la lettura. Legge di tutto: da Hamsun a Dostojevski, da Kafka a Hemingway, fino ai filosofi tedeschi Nietzsche e Schopenhauer. Scopre Céline ed è una folgorazione: «Leggendolo si consolidò il mio incondizionato rifiuto per ogni forma di lavoro regolamentato».

Naturalmente scrive, soprattutto poesie, ma l’accoglienza del mondo editoriale è tiepida. Come racconterà poi nei romanzi del suo alter-ego Henry Chinaski, fa mille lavori senza mai riuscire a mantenerne uno. Ma forse è lui stesso a non volersi fermare in un ufficio o in una fabbrica. In fin dei conti gli bastano poche centinaia di dollari per affittare una stamberga, comprare vino a buon mercato e rimorchiare una prostituta al bar.

Nel 1957, dopo aver curato un’ulcera in ospedale, sposa la poetessa Barbara Frye, che aveva pubblicato alcune poesie di Bukowski sulla rivista Harlequin, da lei diretta. Il matrimonio dura due anni, poi dopo la separazione lui riprende a bere e a frequentare i bar malfamati. Nel ’60 ottiene un lavoro all’ufficio postale e per l’intero decennio, in pratica, conduce una vita quasi monotona: lavora, beve, va alle corse dei cavalli e scrive racconti e poesie, che vengono pubblicati senza successo da piccoli editori. Nel frattempo la burrascosa convivenza con Frances Smith sfocia nella nascita di una figlia, Marina Louise.  In questi anni scrive “Taccuino di un vecchio sporcaccione”, che esce a puntate su un giornale underground, e tenta senza successo di lanciare una sua rivista letteraria.

Continua a leggere Anniversari. Bukowski lo scrittore maledetto e la volata sulla dirittura d’arrivo all’ippodromo | Barbadillo.

0

Internazionale » Opinioni » Giardino di Giovanni de Mauro*

 

Per uno studio pubblicato sul Journal of Computer-Mediated Communication, cinque professori di scienze della comunicazione dell’università del Winsconsin hanno fatto leggere a 1.183 persone un finto articolo online sui potenziali rischi e vantaggi di una tecnologia chiamata nanosilver. Poi gli hanno fatto leggere i commenti di finti lettori.

Metà dei partecipanti ha letto dei commenti che, anche quando erano molto critici, erano comunque espressi in modo civile e pacato; l’altra metà ha letto dei commenti che avevano toni aggressivi e offensivi. Il risultato è che i commenti incivili “non solo hanno diviso i lettori, ma spesso hanno cambiato la loro interpretazione del contenuto dell’articolo”. Un attacco personale all’autore dell’articolo, per esempio, è sufficiente a far pensare che la nuova tecnologia sia più pericolosa di quanto sembri a prima vista.

Evidentemente non siamo ancora consapevoli del potere che abbiamo nel condizionare – migliorandolo o peggiorandolo – lo spazio pubblico in cui ci troviamo quando siamo online. È come buttare le cartacce in un giardino pubblico: non è solo una questione di civiltà o di buona educazione. Non lo facciamo perché altrimenti renderemmo quel posto più brutto per gli altri e soprattutto per noi stessi.

*È il direttore di Internazionale. 

via Internazionale » Opinioni » Giardino.

0

Ecco le Auschwitz italiane di cui non sappiamo nulla | Linkiesta.it

Non solo Arbe. Quello dell’isola dalmata che oggi si chiama Rab, aperto esattamente settant’anni fa, nel luglio 1942, è stato il più terribile e mortale fra i campi di internamento “per slavi” messi in piedi dall’Italia (soprattutto dal Regio esercito) durante l’occupazione della Jugoslavia. Ma certo non era l’unico. Già il termine “per slavi” la dice lunga. Il fatto che sia un concetto sbagliato (slavi infatti sono tutti i popoli che parlano lingue slave, dai russi ai bulgari) probabilmente non occupava le menti di chi ha concepito quei lager. È invece molto probabile che fossero ben consci dell’accezione negativa e velatamente razzista che la parola ha assunto – allora come oggi – in seguito all’uso e all’abuso fattone dai nazionalisti italiani (e che in precedenza invece non aveva, basti pensare alla veneziana riva degli Schiavoni, uno dei luoghi più prestigiosi della città).

I campi di internamento allestiti per ricevere i civili rastrellati dalle territorio jugoslavi annessi nel 1941 (provincia di Lubiana e di Dalmazia) e “allogeni” (sloveni e croati della Venezia Giulia, divenuti cittadini italiani dopo la Prima guerra mondiale) erano in totale 28: 14 in Italia e altrettanti nel territorio annesso. L’elenco è ricavato dal libro di Carlo Spartaco Capogreco, I campi del duce (Einaudi). Il Friuli-Venezia Giulia ospitava sei campi: Cighino, Gonars, Visco, Fossalon, Poggio Terzarmata (Zdravščine) e Piedimonte (Podgora); tre l’Umbria: Colfiorito, Pietrafitta e Ruscio; due il Veneto: Monigo e Chiesanuova; uno ciascuno la Toscana, la Liguria e la Sardegna: Renicci, Cairo Montenotte e Fertilia. I campi nei territori annessi si trovavano tutti nell’attuale Croazia, con l’eccezione di quello sull’isola di Mamula, oggi in Montenegro.

Oltre al già citato campo di Arbe (Rab), ce n’erano a Buccari (Bakar), Portoré (Kraljevica), Fiume (Rijeka), Melada (Molat), Zlarino (Zlarin), Scoglio Calogero (Ošljak), Morter (Murter), Zaravecchia (Biograd), Vodizza (Vodice), Divulje, Prevlaka e (Uljan). Ques’ultimo è stato aperto nell’agosto 1943 e ha ospitato 300 persone solo per pochi giorni, fino all’armistizio dell’8 settembre 1943, quando tutti gli internati sono stati liberati (ma non tutti i lager hanno cessato di funzionare). I primi campi erano stati aperti tra l’inverno e la primavera 1942, per deportarvi la popolazione civile delle zone dov’era maggiore l’attività partigiana.

Le condizioni di vita variavano da campo a campo e da periodo a periodo, potevano andare dal sopportabile al disumano. Il numero maggiore di vittime si è registrato ad Arbe (1435 vittime accertate su 10mila internati); dieci volte minore è la mortalità di Renicci (in provincia di Arezzo), con 159 deceduti su un numero di internati più meno uguale; mentre a Gonars (Udine) si contano 453 morti su 7mila internati. Abbiamo una documentazione abbastanza completa solo per i campi più grandi (Arbe, Gonars, Monigo, Chiesanuova, Renicci e Visco) mentre su altri sappiamo piuttosto poco. La maggior parte dei campi era gestita dal Regio esercito, alcuni ricadevano sotto la giurisdizione del ministero dell’Interno e in questi secondi le condizioni di vita erano generalmente migliori.

Diciamolo subito: non c’era un disegno esplicito né di torture o maltrattamenti fisici, né tantomeno di sterminio (certo, è vero che affamare i reclusi equivale a una tortura). I regolamenti non prevedevano punizioni corporali, ma in alcuni campi venivano praticate: a Gonars era stato issato un palo dove legare i puniti. Si sono registrate alcune uccisione arbitrarie (sempre a Gonars Rudolf Kovač fu ucciso dalla fucilata di una sentinella senza apparenti motivi, a Renicci l’anarchico Umberto Tommasini venne ammazzato a colpi di pistola da un ufficiale per aver intonato l’Internazionale dopo la caduta di Mussolini). Non c’erano lavori forzati, solo qualche internato era occupato in attività d’ufficio e infermieristiche. Tuttavia erano stati costituiti tre campi di lavoro, uno per “ex jugoslavi” e uno per “allogeni” dove le condizioni di vista erano generalmente migliori che nei campi d’internamento.

Gli internati, invece, morivano di fame, di malattie e di freddo. «Caratteristiche pressoché costanti in questi campi furono la fame e la denutrizione generalizzate che determinarono l’alto tasso di mortalità», scrive Capogreco. Le razioni erano volutamente insufficienti e gli internati venivano alloggiati in tende senza tavolacci e quindi costretti a dormire sulla nuda terra, il che innalzava in modo consistente l’incidenza di malattie, soprattutto tra gli anziani. Arbe, Melada e Zlarin erano collocati in riva al mare, il primo addirittura su un terreno paludoso.

Continua a leggere: Ecco le Auschwitz italiane di cui non sappiamo nulla | Linkiesta.it.

0

La (poca) voglia di fare impresa di Sandro Mangiaterra – Corriere del Veneto

Il Nordest e l’ultimo allarme

C’era una volta la locomotiva. Ora c’è un vagone che arranca in fondo al treno dell’economia italiana. Proprio così: il Veneto come la Sicilia. Agli ultimi posti in quello che, un tempo, era il suo vanto: la capacità di fare impresa. I dati dell’ultimo rapporto Gem (Global entrepreneurship monitor) parlano chiaro. L’Italia è in coda al gruppo di nazioni leader nel campo dell’innovazione. In particolare sconta quello che gli addetti ai lavori hanno già ribattezzato lo spread delle startup: siamo 53 punti sotto la Gran Bretagna e 19 sotto la Germania per quanto riguarda la nascita di nuove imprese, né va meglio se si analizzano le giovani attività, fino a tre anni e mezzo di vita. Ma l’aspetto più sbalorditivo dello studio, curato per ironia della sorte dal padovano Moreno Muffatto, professore di Gestione strategica delle organizzazioni, è un altro: il Nordest, oggi, appare l’area meno dinamica del Paese. Sul totale delle imprese «early stage », vale a dire allo stato iniziale, appena il 15 per cento ha base lungo l’asse della Serenissima, l’identica quota che si riscontra nelle isole.

Fanno molto meglio il Nordovest e addirittura il Sud, con una quota di startup del 23 per cento a testa. Hai voglia a ricordare l’epoca d’oro del «modello Nordest». O a tirare fuori le 750 mila partite Iva, una ogni sei abitanti dell’intero Veneto. La realtà suona come il peggiore dei risvegli. La proverbiale maestria del fare si sta perdendo nella mancanza di voglia di investire, rischiare, perché no, sognare. Risultato: la crisi picchia duro. E continua l’emorragia di posti di lavoro. Le inefficienze del sistema-paese sono note: l’eccesso di burocrazia, l’elevata pressione fiscale, le ristrettezze creditizie. Tuttavia non ci si può fermare al coro delle lamentazioni. Il Nordest ha assoluta necessità di ripensare e rimettere in moto la cinghia di trasmissione dell’innovazione. Si deve partire dalla riscoperta dei vecchi, gloriosi istituti tecnici. Per passare alle aule universitarie: «Noi formiamo professionisti, ricercatori, al massimo manager, ma non imprenditori» ammette lo stesso Muffatto. E approdare infine nei capannoni industriali, dove va riscoperto il gusto della sfida. Globale. Per tutto questo, chiaro, occorre una cabina di regia. In grado, per esempio, di coordinare le attività dei centri di ricerca e dei parchi tecnologici, cresciuti tra spontaneismo e campanilismo. Solo in questo modo è possibile evitare le sovrapposizioni, gli sprechi, le dispersioni di energie e risorse. Insomma, se l’innovazione è la carta per uscire dalla crisi, meglio giocarla come si deve. Politici, imprenditori, sindacati: nessuno può chiamarsi fuori da questa decisiva partita. Un coordinamento di tutto quanto (e non è poco) si muove nel campo della ricerca e dell’alta tecnologia non può che avere una forte ricaduta sul piano imprenditoriale e dello sviluppo del territorio. In fondo, si chiama politica industriale. Esattamente quello che manca da decenni in Italia e tanto più nel Veneto. Allora ai giovani tornerà la voglia di fare impresa. Come negli anni Ottanta e Novanta era accaduto ai padri. E forse nel Nordest si potrà parlare di nuovo boom.

Sandro Mangiaterra

via La (poca) voglia di fare impresa – Corriere del Veneto.

0

«Prosperare sul caos»: attualità di una formula nel M5S | Il tornio

Luciano Trincia

I risultati elettorali gettano l’Italia nel caos. L’«indignazione», precedentemente celebrata nelle acampade spagnole o negli occupy americani, ha riempito le piazze italiane durante la campagna elettorale e si riversa ora in Parlamento, rendendo il Paese apparentemente ingovernabile. La crescita tumultuosa del M5S si intesta il disagio sociale e amministra la crisi dei movimenti radicali del decennio scorso, con la sistematica occupazione degli spazi che sono da anni patrimonio dei movimenti, in particolare di quelli contro la globalizzazione (salario di cittadinanza, chilometri zero, taglio delle spese militari, No-Tav, l’acqua bene comune, la scuola e l’università).



Dall’incontro di analisi e programmi dei precedenti movimenti «antagonisti» con la virulenta carica di antiparlamentarismo tipica del M5S (niente compromessi, tutti gli altri sono casta, i parlamentari devono avere vincolo di mandato) nasce il successo del discorso grillino, basato sul paradigma di un «popolo onesto» (dato per indiviso al suo interno, niente classi, interessi e stili di vita condivisi) contrapposto a una «casta corrotta» descritta come esterna al «popolo». Mentre la politica tradizionale è in grave crisi (crisi dell’uomo politico e crisi del maggior protagonista della politica, il partito politico), non c’è lotta «civica» su cui il M5S non abbia messo il cappello, descrivendosi come suo unico protagonista.

Analisi e prospettive proprie di movimenti di classe radicalmente anticapitalisti vengono catturate (con successo proporzionale all’ambiguità del messaggio) da un movimento che non ha né un reale riferimento di classe né una prospettiva di alternativa sociale, ma che si rivolge a una generica moltitudine di scontenti in cui si incontrano dipendenti precari, piccoli imprenditori schiacciati dalla crisi, impiegati pubblici orfani della sicurezza già garantita dallo Stato, utopisti delle nuove tecnologie depurate del loro potenziale progressivo e rivestite di aspettative più estetiche e morali che politico-economiche.

L’aspetto più evidente è il «contenuto etico» del movimento. La politica è sfidata dall’etica, un’entità di cui essa non ha mai voluto tener conto, considerandosi orgogliosamente libera dalle regole etiche e dal controllo di coloro che dovrebbero farle rispettare. Quest’esplosione avviene in un momento in cui l’uomo politico ha perduto il sostegno dell’ideologia, che per decenni aveva rappresentato una formidabile copertura per chi voleva dedicarsi alla politica. Lo schema rappresentativo dei rapporti di forza viene così ribaltato da un inarrestabile processo di riduzione della politica ad opera dell’etica. Il successo del movimento consiste nel formare un mix efficace di rivendicazioni del movimento «antagonista», di neo-eletti fantasiosi e concreti che si presentano come «persone oneste», che non prenderanno decisioni né «di destra» né «di sinistra», ma semplicemente decisioni «giuste», nel mantenere un clima incandescente grazie ad una leadership carismatica con una forte immagine da «grande scompigliatore».

Il pre-requisito di tale operazione – chiaramente mutuato da criteri di gestione aziendale – risiede nella capacità di cavalcare il caos, secondo la formula resa celebre da Tom Peters nel suo libro «Thriving on Chaos», tradotto nel nostro paese nel 1989 con il titolo «Prosperare sul caos». Un concetto chiave in «Thriving on Chaos» (titolo che ha lasciato una forte impronta nella cultura aziendale contemporanea) è la necessità di passare da una piramide gerarchica verticale del management a una struttura orizzontale («flat organization»), veloce, multifunzionale e improntata alla collaborazione. Peters elenca 45 suggerimenti generali per i manager che devono affrontare problemi di organizzazione aziendale, in cui vengono valorizzati aspetti come il lavoro di gruppo, le conoscenze e le competenze del team, lo stile di leadership, la gestione dei conflitti e le capacità negoziali, la comunicazione e l’interdisciplinarietà che sono aspetti della cultura di gruppo determinanti per il problem solving e per il successo dei progetti, in particolare quelli d’innovazione o di cambiamento.

Si ritrovano, nell’analisi di Peters, molti degli elementi che sono la spinta propulsiva del movimento di Grillo e Casaleggio, come la trasparenza gestionale, la cultura della qualità, l’investimento abbondante in risorse umane, la continua rotazione come unico criterio organizzativo, l’abbandono di ogni formalismo e la drastica riduzione delle procedure burocratiche, uguali livelli di investimento in tecnologia avanzata e in capitale umano. Peters sostiene che è necessario ridefinire l’eccellenza. Le aziende eccellenti vengono definite come quelle che credono solo in un costante miglioramento e nella necessità di un continuo cambiamento.

La struttura orizzontale improntata alla collaborazione, la ricerca ossessiva della qualità, lo sforzo collettivo di acquisire il meglio della produzione come costume etico delle aziende più avanzate sono la formula per il successo che il movimento di Grillo e Casaleggio hanno mutuato, con varianti più o meno rilevanti, dalle riflessioni di Peters. L’antinomia liberismo-statalismo che ha permeato il XX secolo perde in quest’ottica ogni valore. Il movimento, svincolato da ogni logica di controllo politico esterno, guadagna così spazi e territori inesplorati. L’esplosione di vitalità che l’ha visto avanzare in prospettiva concreta sotto la formula «Prosperare sul caos» è sotto gli occhi di tutti.

Continua a leggere  «Prosperare sul caos»: attualità di una formula nel M5S | Il tornio.

0

Il nuovo programma di Crocetta “Io più grillino dei grillini” – Palermo – Repubblica.it

Il governatore conferma il piano per l’abolizione delle province, l’istituzione del reddito di cittadinanza da mille euro al mese per i poveri e mezzo miliardo per i “Trinacria-bond” alle imprese. Ma l’alleato D’Alia (segretario dell’Udc) lo attacca: “Una riforma burla, prova ad arruffianarsi il Movimento 5 Stelle”

di GIUSI SPICA

Rosario Crocetta alla conferenza stampa

Abolizione delle province, reddito di cittadinanza da mille euro al mese per i poveri e mezzo miliardo per i “Trinacria-bond” alle imprese. E poi taglio dei fondi ad enti inutili, accorpamento delle società partecipate dalla Regione e stop ai maxi-stipendi dei superburocrati regionali. Il governatore Rosario Crocetta lo chiama “pacchetto-tsunami”, uno dei suoi principali alleati, il numero uno dell’Udc siciliano Giampiero D’Alia, la ribattezza “riforma-burla”. E così, a meno di 24 ore dall’annuncio della minirivoluzione, si apre la resa dei conti nella maggioranza. Il primo banco di prova del governo sempre più a trazione grillina sarà il sostegno al provvedimento che pensiona le province, una macchina da 700 milioni di euro all’anno, oggi al vaglio della commissione Affari istituzionali dell’Ars.

 

Il presidente della Regione ha spiegato a Palazzo d’Orleans i contenuti della proposta varata ieri sera dalla giunta e fortemente voluta dalla pattuglia di deputati del Movimento 5 Stelle: “Le province diventeranno consorzi di Comuni, con capofila l’attuale capoluogo di provincia. All’interno dei consorzi possono essere creati consorzi minori, a patto che contino almeno 150mila abitanti, e a condizioni che i comuni, uscendo dal consorzio preesistente, non lo facciano decadere”. Secondo le stime di Crocetta, si risparmierebbero dieci milioni e trecentomila euro solo per l’abolizione delle indennità di consiglieri e giunte. Alla fine il risparmio complessivo sarebbe di circa 50 milioni di euro. Soldi che saranno utilizzati per finanziare l’introduzione del reddito di cittadinanza, un “salario contro la povertà”, come lo definisce il governatore per le famiglie a reddito zero: “Nessuna famiglia siciliana potrà avere meno di 5 mila euro all’anno. Togliamo alla casta e diamo i soldi ai poveri”.

E in conferenza stampa Crocetta annuncia altri tagli, come quello da un milione di euro al Cerisdi, Centro di formazione direzionale ospitato nel Castello Utveggio di Palermo, e un giro di vite contro gli sprechi: “Tra i crimini commessi contro la Regione ne ho scoperto uno assurdo: solo per l’affitto degli uccelli del Parco d’Orleans ogni anno i gestori ricevevano oltre 500.000 mila euro. Adesso basta. Gli uccelli vivranno da re ma verranno gestiti dall’Università”. Anche sulle partecipate Crocetta ha le idee chiare: “Saranno accorpate in cinque maxi società. In queste aziende c’è personale che non fa nulla in questo momento, noi invece in tal modo stiamo prevedendo il principio di mobilità tra partecipate e tra partecipate e Regione”.

E mentre il governatore si dice “più grillino dei grillini”, nella sua maggioranza c’è chi storce il naso: “Non voteremo mai un testo burla sulle province. Noi siamo per la soppressione con contestuale trasferimento delle funzioni a comuni e Regione. Siamo per la fusione dei piccoli comuni al di sotto dei 10.000 abitanti e per l’obbligo della unione dei comuni per quelli al di sotto dei 50.000 abitanti. Pensare di cambiare il nome alle province chiamandole unione dei comuni, prevedendone, inoltre, l’ampliamento del numero con una delibera di giunta mi sembra obiettivamente una burla che rischia di bruciare i pochi risparmi di spesa”, afferma Gianpiero D’Alia, segretario regionale dell’Udc, che accusa Crocetta di volersi “arruffianare i grillini”.

Alt anche al reddito di cittadinanza: “Vogliamo un serio ed efficace piano di lotta alla povertà e di sostegno alle famiglie che non ce la fanno ad arrivare alla fine del mese – aggiunge D’Alia – Qui per noi sta il confine tra populismo e buon governo. Ne parleranno oggi i nostri deputati in gruppo all’Ars e decideremo il da farsi sabato prossimo al nostro comitato regionale”.

La strada per l’intesa si fa stretta anche per il pd Giovanni Panepinto, presidente della commissione Affari istituzionali che oggi pomeriggio esaminerà la proposta: “Tra tatticismi e annunci ci potremmo ritrovare domani in aula senza un testo che concretizzi l’impostazione data dal Pd di qualche giorno fa, cioè di avere liberi consorzi e città metropolitane”.

via Il nuovo programma di Crocetta “Io più grillino dei grillini” – Palermo – Repubblica.it.

Latest Headlines